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martedì, febbraio 27, 2007 Non so che titolo dare a tutto questo
Ora che è capitato a me non so nemmeno bene cosa dire, ammesso che qualcosa vada detto.
Me le rivedo davanti come un film pessimo, una sceneggiatura squallida, un cliché. Sono le tue dita che si infilano fra le porte dell’ascensore, impedendo che si chiudano. Sono le tre di notte e il pensiero dura un frazione infinitesimale, non è fatto di parole, ma se lo fosse suonerebbe così: non. è. possibile.
Ciò che succede dopo è una pellicola che gira al rallentatore, sgranata e senza suoni.
Sono le mani che riescono a spalancare le porte (e io che non capisco, e io che poi invece capisco, e provo a tenerle chiuse, schiaccio tasti a caso, quasi potessi davvero mozzarti le dita, lì in mezzo). E attraverso la fessura che pian piano si divarica ti vedo. Il passamontagna, nero. E occhi scuri uguali.
Non è possibile.
E la tua mano sinistra, quello che fa.
Lo schifo di ciò che stai facendo, e pensando, davanti a me. Mentre cerchi di entrare nell’ascensore.
Allora grido. Non sono parole, non è “Aiuto”. La città dorme, le tre.
Grido. Per farmi sentire da me stessa, ci sono, ci sono. Urlo fortissimo.
E poi arrivano i calci sparati un po’ a caso per farti male, spero che uno almeno ti abbia fracassato i coglioni, carne trita, più impotente di quanto tu già non sia.
E te ne vai. Scappi. Non so se per le grida, i calci, o per cos’altro.
E rimango con la mia paura, senza respiro, il resto a posto. Va tutto bene, tutto bene. Piango.
Ora che è successo a me penso che poteva andare peggio.
Penso che tu sia soltanto un grumo di vomito, e penso che vivi da queste parti, magari nel mio condominio o nel palazzo davanti, o in quello accanto. Sei proprio qui. Hai aspettato dietro una colonna perché lo sapevi che in questa scala, oltre a me, di ragazze ce ne sono sette. Che tutte, come me, escono di sera.
Non basta.
Al puzzle si incollano altri pezzi.
A quanto pare l’avevi già fatto un anno fa (alle 10 e mezza), e se soltanto la stronzetta dell’ottavo piano l’avesse detto a qualcuno, se solo ci avesse avvertite, noi altre sette, a me giovedì non sarebbe successo niente.
«Da quella volta il ragazzo la accompagna sempre davanti alla porta di casa». Che coraggio. Ha pensato solo a pararsi il culo, lei, e di noi chissenefrega.
Alle 10 e mezza, la prima volta.
E avrei sputato in faccia al poliziotto che ha detto «alle 3 queste cose possono succedere», come fosse colpa mia, come se al calare del buio tutto, ma proprio tutto, abbia il diritto di accadere.
E poi sono sicura che il passamontagna ti servisse a non farti riconoscere per strada, perché abiti qui.
Ho capito che conoscevi troppe cose, sapevi come scappare e dove nasconderti, e adesso lo so anch’io, dov’eri appostato.
Ma ecco, vedi, il passamontagna non ti salverà. Perché anche se di te ho visto solo gli occhi, anche se mi ricordo dettagli necessari e al contempo inutili su com’eri fatto, altezza corporatura coloredellapelle (bianco), tutto nella media, tutto troppo anonimo e comune, io prima o poi ti trovo.
Io, prima o poi, ti trovo.
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Update: grazie a tutti. Davvero. E sono imbarazzata, perché non so in quale altro modo dirlo, quale parola usare. Quindi grazie, con tanti altri pensieri fra le righe.
Espirato da gen | 00:17
| commenti (34) venerdì, febbraio 16, 2007 Pane amore e cincillà Cuore è una parola tonda, se ci credi. Non so che forma abbia il mio, ma sta alla grande. E avevo in testa una sorpresa bellissima, con tanto di biglietto rocchenròll-evocativo. Sai, non è detto che desista. Dammi tempo, vuoi? ...Let's get together Espirato da gen | 18:49
| commenti (13) venerdì, febbraio 09, 2007
Al momento, parte della mia felicità è un computer nuovodizzécca che si apre come una cozza, ma con molta, molta più cautela. Trattasi infatti di cozza assai prestigiosa. Una cozza wireless, per intenderci. (Se conoscete una cozza che possa dire lo stesso, coraggio, fatevi sotto) Espirato da gen | 02:29
| commenti (16) martedì, febbraio 06, 2007 Il mio nuovo amore è giapponese. Espirato da gen | 21:25
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