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(in altre parole: l'ho scoperta anch'io ma non ho capito a cosa serva?)




















































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martedì, novembre 28, 2006

Teorema di Gustave Beaubar: "Torino è una città grigia".
Dimostrazione per assurdo
Poniamo il caso, assai fortuito e contrario a qualunque statistica meteorologica, che oggi a Torino ci sia il sole.
In tal caso, non ci sarebbe motivo di mettere il cappotto e i guanti di lana, o di assumere la tipica postura tardo-autunnale del torinese: sguardo torvo, incazzatura latente, pallore post-mortem. Ne conseguirebbe che i torinesi, complice il tepore fuori stagione, sarebbero costretti a imbattersi nei propri concittadini (o perlomeno a notare la loro esistenza) e addirittura - nei casi peggiori - a scambiarci quattro parole di circostanza.
Ciò contraddice il primo tratto fenotipico dell'homo sabaudis: si dà confidenza agli altri essere viventi solo, ed esclusivamente, nelle stagioni adatte alla socialità. E siccome è raro che a fine novembre il termometro superi i 30° C, ne deriva che il torinese sarà talmente avviluppato nel suo letargo da rifuggere ogni circostanza mondana. Peggio: in condizioni di calore imprevisto, il torinese – non disponendo di una costituzione fisica adatta - rischia di disfarsi come un vampiro.
Per tutti questi motivi, abbiamo dunque dimostrato che Torino non solo è una città grigia, ma deve essere grigia, affinché i torinesi possano sopravvivere e la loro mentalità crepuscolare deliziarsi nella nebbia, sotto gli alberi stecchiti dei controviali e tra le curve tetre della collina.

Assioma di Antonelli: “Il Museo del Cinema è bellissimo”.
(
Trattandosi di un assioma, non necessita di dimostrazione)
Corollario:
“Qualunque forestiero, di fronte a tale tripudio di luci, forme e colori, non potrà che rimanere favorevolmente colpito”.
Quello del Cinema è, per il torinese, un asso nella manica. Lungi dal condurre gli amici non-autoctoni al museo Egizio o a Palazzo Reale, l’homo sabaudis li scorterà con piacere all’interno della Mole Antonelliana e poi su su con l’ascensore panoramico, dove – fra la bombetta di Chaplin e un sedile a forma di W.C. – dimenticheranno in fretta il teorema di Beaubar.

Tutto questo per dire che oggi ho conosciuto lei, siciliana con gene scandinavo e percui bionda occhioazzurrata e piccina picciò, come le bambole [ecco, all'incirca così, ma senza quel vestito].
E che sono stata bene, e mi faceva sorridere il suo mezzo imbarazzo quando le ho chiesto: «Allora, come ti sembra Torino?» e mi ha risposto: «Eh eh, grigia». Perché grigia era senza dubbio un'ottima sintesi.
E che poi ci ha raggiunte
lei, e pranzando a suon di pizza e coca-cola s'è parlato anche del "fattaccio blog", e mi sentivo davvero un po' strana, in una specie di "terra di mezzo" che non erano le strade umide della città e nemmeno una schermata 8 bit, ma piuttosto un enorme (ma proprio enorme) template.

Chissà. Forse è ora che smetta di immaginare i detentori di blog (no, bloggers no, non ce la faccio) come bizzarre creature a due dimensioni, metà modem e metà tastiera e un cervello usb?
[E io, allora?]
Chissà, chissà.

Espirato da gen | 18:03 | commenti (25)






giovedì, novembre 09, 2006

Non è tempo per noi
(non qui e non ora, almeno)

Sotto quell'ammasso di carne urlante c'era lui. Il Correggese. 
D'altra parte potevo arrivarci: se uno riempie gli stadi e i palazzetti e poi i teatri, ad affollare l'aula 1 di Palazzo Nuovo non ci mette proprio niente.
Beh, io non ci pensavo, al fatto che non saremmo stati soli.
Perché i sogni veri (e quelli di rocchenroll su tutti) sono una questione privata. Si muovono in solitaria, con la presunzione e l'egoismo di qualcosa che soltanto tu conosci fino in fondo. Che macini negli auricolari per anni. Che riduci a cellule del tuo organismo. Che scomponi in parole da citare a memoria, dentro cui riconosci pezzi di un vissuto, il bene e il male che ti hanno fatto crescere e diventare esattamente ciò che sei.
I sogni veri si cantano sotto la doccia. Non sono fatti per i cori.

Io non li immaginavo proprio, gli altri.
Sono entrata con le canzoni nelle orecchie, e le intonavo sottovoce, dentro la testa perché lì avevano un'acustica migliore. Mi sono appoggiata al fondo dell'aula, contro un muro, e lasciatemi in pace.
Poi è arrivato lui, jeans e maglietta blu scura, e tutto era fuoriposto.
Che ci fai tu qui, con la minigonna e lo smalto sulle unghie?
Che ci fate tutti?
Tu, che sbuffi ad ogni risposta, e dici «quant'è banale» , perché non te ne vai? Coi tuoi occhialetti snob, il fare da intellettuale a buon mercato, l'espressione dipinta di chissà quale intelligenza, stai inquinando il mio sogno privato e neanche te ne accorgi.
Che cosa si prova a...
Da dove viene l'ispirazione di...
Hai un consiglio da dare a...
Quanti di voi sarebbero venuti comunque, anche se ci fossero stati, chessò, i Finley o Biagio Antonacci o Costantino?
State zitti, dio mio, lasciateci in pace.

Sul finale, l'Associazione Groupies Piemontesi riesce a rovinare tutto definitivamente.
«Volevo chiederti - dice al microfono una loro portavoce - cosa ne pensi del sesso?».
Cristo. Cosa vuoi che ne pensi, lui, sul sesso? La stessa cosa che pensano tutti. Eccetto forse Benedetto XVI, gli Ostracodi e George Dabliu Bush.
Siete delle iene, ecco cosa siete. Delle iene bavose.

[Così, caro L., non ti ho chiesto niente. Perché qualunque domanda mi sarebbe sembrata idiota. Perché per rendermi felice, bastava stringerti la mano. Poi tutto si sarebbe svolto in modo naturale. 
Senti, ho un momento libero, prima di ripartire. Ti va un caffè?
Certo, andiamo. Conosco un bel bar.
Dove?
Non molto vicino, ma ho la macchina parcheggiata qui dietro.
Perfetto.]

Espirato da gen | 18:23 | commenti (15)






lunedì, novembre 06, 2006

Andate e moltiplicatevi
(e fu sera e fu mattina)

Due o tre cose soltanto, prima che la spugna torni in un angolo ad assorbire, come di consueto e specialmente in questi pomeriggi tristarelli.
La prima è che quei bravi ragazzi di Ciccsoft, ignari del pericolo che incombe su di loro, hanno accettato di farmi proliferare come gli acari sotto il tappeto. Da oggi sono anch'io una ciccsoft-girl.

Nel frattempopermettendo, a meno che non mi licenzino, continuo a infestare 
Punto Esclamativo [il mensile cartaceo (e non) di KBlog] e Lost in Pulp, un covo per mafiosi violenti e donne di malaffare. A breve perpetuerò la mia specie persino sulla fanzine di Revolver. Senza contare che voglio tornare su NoLuogo, col beneplacito di un uomo che fuma dieci sigarette più di me e ha appena pubblicato un libro più di quelli che ho pubblicato io (che sono zero). Dopodiché mi insedierò in Senato, comprerò tre reti televisive, cinque riviste e una carica ecclesiastica.

Ah. Se avanza qualche minuto, o meglio, se il Correggese si degnerà di considerarmi parte di questo sistema solare, domattina ci scambio due parole.
Chi mi conosce sa bene che questo incontro lederà per sempre le mie coronarie.
Le suddette parole saranno quindi, nell'ordine, 'sti e cazzi. Ma spero di limitarmi a un più dimesso «Potrei per caso, per favore, se la cosa non ti disturba troppo, perché se ti disturba dimmelo pure che non mi offendo, ecco, io, ehmm, potrei stringerti la mano?».
Finita la frase, secondo il mio piano perfetto, scoppio in un pianto isterico e cerco di appiccicarmi a uno dei suoi tamarrissimi stivali, costringendolo a chiamare la polizia.

Il giorno dopo. Ipotesi di dialogo con un'amica.
G: «E poi mi sono attaccata al suo piede sinistro, aveva degli stivali pitonati me-ra-vi-glio-si, lui gridava aiuto e poi ha dovuto invocare le forze dell'ordine. Le forze dell'ordine per me, capisci? Adesso sa chi sono!»
A: «'Sti cazzi!»

Espirato da gen | 22:26 | commenti (9)






domenica, novembre 05, 2006

Sono una spugna.
Non ho dubbi su questo.
C'è chi nasce umano e chi nasce spugna. Io assorbo tutto a una velocità troppo grande, troppo forte per essere umana. E digerisco ogni magagna in maniera intracellulare.
Quindi sono una spugna. Prendiamolo per certo.
Ora, non è dato sapere se le spugne soffrano. Siccome molti ci considerano un meschino sottoregno degli altrettanto mediocri Parazoi, di fatto noi spugne non soffriamo. Non piangiamo. Non ci incazziamo. Il nostro unico compito è assorbire, e lo facciamo anche troppo bene.
Ecco, vorrei sfatare questo mito.
Le spugne stanno male come tutti. Prova ne è il fatto che diventino pesanti. E poi (si) secchino, dure come pietre. Avete presente?
Io sono una spugna e come ogni spugna, a questo punto, mi sono rotta le palle di assorbire. Ciononostante, non posso far altro. È nella mia natura. Fossi nata, chessò, impermeabile da pioggia, non avrei problemi. A ben pensarci, non c'è differenza di reazione tra una spugna e un impermeabile da pioggia. Entrambi sembrano impassibili agli eventi. Solo che, mentre all'impermeabile non gliene frega niente davvero, ché potrebbe piombargli addosso una palata di merda e ne uscirebbe illeso, alla spugna girano le palle. Eviterà il più possibile di farvelo sapere perché, ormai, ciò che ha assorbito le è entrato volente o nolente in circolo. Ma il giorno in cui tutte le spugne del pianeta, me compresa, si stancheranno di inghiottire e rispediranno al mittente le palate di merda sopradescritte, l'apocalisse vi sembrerà una passeggiata estiva.

Espirato da gen | 17:12 | commenti (7)