Cat PowerJukebox (2008) Radio Virgin Italia[FM 90.90 a Torino] Eddie VedderInto the wild
Into the wild _ American Gangsters _ La promessa dell'assassino _ Io sono leggenda _ Ricomincio da tre _ Non ci resta che piangere _ Asso _ Non è un paese per vecchi _ Chicago _ Breakfast at Tiffany's _ 21 _ Next _ Oxford Murders - The Mist ___ Cloverfield _ Thank you for smoking _ L'uccello dalle piume di cristallo ___ Sogni e delitti _ 30 giorni di buio _ Shoot'em Up _ Profumo (storia di un assassino _ Sunshine
Dopo aver visto questo film, sono giunta a una conclusione (non del tutto nuova) che spero vi rallegrerà e renderà orgogliosi di me.
Per il rumore della pellicola che divora (ir)realtà.
Per tutte le colonne sonore del mondo.
Per le comparse.
Per i dialoghi.
Per il concetto di montaggio, che traduce, ricama e riproduce lo sguardo del tempo.
Per la fame che si lascia dietro ogni racconto.
Per i trucchi e le invenzioni.
Per tutti i termini tecnici che voglio imparare, i movimenti di macchina, il biancoenero.
Per trovare prima un ordine, poi un senso e infine una direzione, ma soprattutto
per non essere mai sazia delle parole.
Per queste e altri mirabolanti ragioni, mesdames et messieurs, ho deciso che "voglio fare il cinema".
[Applausi a scena aperta. Il pubblico si alza e sale coi piedi sulle poltrone nuove. Toccherà alla custode pulire domattina, e già si inalbera, scuote la testa. Diteglielo voi che i sogni sono fatti per sporcarsi. Che se non ci si sporca almeno un po', tantovale dormire per sempre]
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Per l'intanto sappiate che è stato aperto un nuovo blog. Un blog di racconti pulp. Posticino poco raccomandabile, dato che i maestri di cerimonia siamo io e Mr. Peck.
Io sarei quella bionda. Con la pistola nel naso.
(Anche se tingermi e scaccolarmi con una semiautomatica non sono i miei passatempi preferiti)
Pronti? Partenza? Bang!
Ringraziamo tutti in coro Freccia e la sua radio.
«Graaazie Freccia», ecco, così.
Da bravi.
Per la cronaca, affinché questa notte venga ricordata per sempre come la notte, ho ricevuto la telefonata più bella della mia vita.
La
più
bella [stupenda splendida magnifica incantevole avvenenteaffascinanteattraenteappariscente notevole vistosapiacenteaggraziatagraziosa carina piacevole gradevole deliziosa amenaleggiadraelegante armoniosa equilibrataben fattaproporzionata armonica scultoreagrandiosa grande ingenteabbondanteimponentesontuosa pregevole mirabile cospicua buona generosanobiledignitosaillustregloriosa luminosa soleggiata limpida chiara serena amatamorosaamica innamorata amanteragazzafidanzata promessa donna belladivafatasirenavenerebella copiastesura definitivafinalissimaprova finalepartita decisivaspareggio]
della
mia
vita.
Ora sono fatta di miele.
Una storia triste (e vera)
Davvero molto molto triste, oltre che molto molto vera
Non so perché mi va di raccontarla. Forse perché di solito nessuno ne parla mai, di vite così, se non quand'è troppo tardi. Oppure perché in fin dei conti mi terrorizza. Ho paura di tutto quel silenzio, della sua totale normalità, qualcosa di stridente, come il suono di una forchetta che gratta il piatto. E sono scesa al quinto piano, davanti alla sua porta. Volevo sentire un rumore, credo, ma in parte non volevo sentirlo affatto, perché ero spaventata. Avevo paura che lui potesse vedermi dallo spioncino e saltare fuori e farmi chissà cosa, anche se tuttora sono convinta del contrario.
T. è un ragazzo di 40 anni. Metà di quegli anni l'ha passata sui libri. Il sussidiario delle elementari. I volumi di storia e di geografia. Le equazioni. Quei tomi via via sempre più grossi divorati sul tavolo della cucina. Amici pochi e tutti scelti, perché un ragazzo intelligente deve frequentare persone intelligenti. Di ragazze neanche l'ombra, già allora, perché nella testa di quel ragazzo intelligente doveva esserci posto per poche cose: le lezioni, la promessa di un futuro da insegnante e una madre. Una madre francese.
Fu una sfortuna che suo padre dovesse morire dal giorno alla notte, e così giovane. La portinaia della scala accanto dice a tutti che son cose che succedono. E poi continua, anche se non le hai chiesto niente. Ti racconta che quella donna non aveva un lavoro. Che, dovendoselo inventare, prese un mestiere che già c'era, il più antico. Faceva ogni cosa in casa, ti dice, e aggiunge: mentre il bambino studiava.
Così T. studiava molto e tutto il giorno.
«Devi diventare qualcuno», diceva sua madre, mentre lo interrogava.
A un certo punto, lei si mise con uno svizzero. Bell'uomo, alto, bruno, un viaggiatore. Scoprirono poi che faceva il corriere di droga. La notizia arrivò in un pomeriggio banale, con T. sull'ennesimo libro, aperto sopra il tavolo della cucina. Mandò giù il rospo e non smise un attimo di inghiottire parole, per quella che ormai era diventata una missione, ma una missione semplice, di quelle assicurate: «Sei bravo, devi impegnarti e dare il massimo, diventerai professore.»
Le stesse promesse ripetute come un mantra.
E arrivò la laurea. Lettere. 110, lode e dignità di stampa. Gli offrirono il massimo che potesse pretendere: un lavoro a 60 km da casa. Rifiutò. Troppo lontano, tutti i giorni in treno.
E le supplenze, per carità, non lui, che un posto di ruolo se lo meritava.
Passarono i giorni e i mesi, senza che gli venisse data un'opportunità migliore.
Passarono gli amici a trovarlo: c'era chi si sposava, chi aveva realizzato i propri sogni e chi invece no, però s'arrangiava. T. prese a vederli sempre meno, finchénon li vide più, e loro smisero di cercarlo.
Qualcosa non funzionava. La vita era diversa dalle frasi di sua madre. Era complicata.
T. si accorse che l'ingratitudine del mondo non compariva tra gli argomenti dei libri di testo e la scoperta fu così triste da renderlo cattivo.
«Non capiscono niente - gridava a sua madre talmente forte che l'intero palazzo poteva sentirlo - Ho studiato tanto, così tanto. Merito di più.»
T. si chiuse in casa e vi restò, aspettando che fosse la realtà del mondo a chiedere di lui. E improvvisamente il telefono tacque. Era bastato chiudere la porta, perché lo dimenticassero. S'erano scordati dei pomeriggi sui libri, della laurea a pieni voti. A nessuno importava che, per meritarseli, non avesse mai avuto una ragazza. Perciò, pian piano, rinunciò a pensare che da qualche parte ci fosse un posto su misura per lui, grande abbastanza da ripagare il sacrificio. Fu un attimo, nascosto per una vita nella sua stanza, capire l'unica verità che si era concesso di vedere: la colpa dei pomeriggi da solo, delle promesse, del tempo sprecato a rincorrere un vago successo, era di sua madre. La picchiò una prima volta, perché aveva perso la pazienza. Perse la pazienza sempre più spesso.
E alla portinaia, che le consigliò di denunciarlo, sua madre rispose che davvero non poteva. Disse soltanto: «Se lo faccio mi uccide», e trotterellò fuori dal portone. T., invece, non lo vedono mai.
Sta sempre in camera sua. Ascolta musica, legge, forse naviga su internet, e pensa che il mondo fuori non meriti uno sguardo. Esce solo di notte per mangiare, quand'è costretto perché lei è lontana, partita per uno dei suoi viaggi in Francia, fatti per respirare. Dicono di averlo incontrato sulle scale, che non abbia detto una parola mentre sgattaiolava fuori, sul marciapiede, la barba lunga incolta, pallido, il cappuccio della felpa tirato su e una sciarpa a coprire ogni cosa eccetto gli occhi.
Pensare che era un bel ragazzo, dicono. E così intelligente.
All for one and one for all
We will climb upright, break down the wall
Soft light of reason, wuiet this fear
Words like "repent" are the last you'll ever hear. Juliette & the Licks - I never got to tell you what I wanted to [mp3]
Ultimamente mi capitano davanti situazioni surreali.
Come diventare co-conduttrice di un reality show dall'emblematico titolo "Che fare?": storia di sei [dieci? dodici?] studenti laureati, in cerca del primo impiego. Il giusto mix di coraggio, lacrime e disoccupazione. E io lì, nel ruolo di Marco Liorni, con la cartellina appoggiata sopra le ginocchia, ustionata dai riflettori, a combattere contro la balbuzie, i lapsus freudiani, l'insostenibile leggerezza dell'essere.
O ancora, vedere la propria macchina improvvisarsi furgone, e sembra una barzelletta, del tipo: "come fanno a entrare quattro elefanti in una 500?", o meglio, "quanti mobili ikea possono sopravvivere contemporaneamente in una Y10?". Chiunque conosca i rudimenti basilari del Tetris sa che la risposta è un divanoletto, una poltrona, un set di bicchieri e una scatola misteriosa di medie dimensioni. E lì capisci che tutti hanno ancora qualcosa da imparare: chi l'arte di chiedere un favore, chi l'accortezza di negarlo.
E che dire del fatto di ottenere un lavoro [un lavoro pagato] perché sì, dopotutto sei bravina, ma il fatto determinante potrebbe essere che somigli alla moglie del tuo capo da giovane?
E infine, non meno importante, aver lasciato che lei, l'amica-mai-più-sentita, ti paccasse per l'ennesima volta. Quand'è stata lei a cercarti, quest'estate, mentre tu eri in traghetto verso la Sardegna. Quando ha deciso l'ora e il posto, a settembre. Quando, a ottobre, ha spostato l'ora e il posto perché s'è accorta di avere un impegno. Quando ti ha detto che, comunque, ti avrebbe richiamata una volta a casa, e da quel pomeriggio o ha perso il tuo numero di cellulare, o l'hanno rapita i talent-scout di fenomeni da baraccone. Poi ti vien da pensare che tutto il tempo perso a farsi domande sull'amicizia tra donna e donna potrebbe essere impiegato in modo migliore. Ad esempio, inventandosi una disciplina nuova per il Guinness dei Primati. Il più veloce mangiatore di posacenere a forma di chiave inglese. La più grande sveglia a cristalli liquidi mai prodotta. I cordoni ombelicali più lunghi. I denti più bianchi. Le gengive più sane.
Insomma. Cose così. Cose che succedono.
Dovrei essere incazzata, sbalordita, come minimo turbata.
Ma ho smesso di stupirmi il giorno in cui a mia madre è caduta una robiola sul parabrezza, mentre guidava. Una robiola intera, senza nemmeno una lettera d'addio, una spiegazione. Solo la data di scadenza, tre giorni prima.
(cfr. Zingarelli, 1999) Discoteca (s.f.): Locale in cui si balla al suono dei dischi: ci vediamo in d.
(cfr. Gen, oggi) Discoteca (s.f.): Un tourbillon di gambe scosciate, pettorali depilati, sopracciglia scolpite, strusciamenti, scritte cretine sopra magliette fashion, "de puta madre", "fuck", "cocaina", dove vigono l'ultima e la penultima moda in fatto di scarpe capelli pantaloni e minigonne.
Lampadati e unti come incarti della pizza, gli esemplari di maschio. I più timidi ballano tra loro, in cerchio. I meno timidi dondolano i lombi dietro una ragazza. Gli eroi della serata, i più coraggiosi, di quella ragazza stanno già assaggiando l'ugola. Tutte bellissime, le ragazze. Delle bambole. Ci sono le Barbie, le Tanya e le Bratz. La biondina sopra il cubo, cosce di 1.56 m, mostra a tutti le mutande, fantasia di lillà.
Io odio le discoteche e detesto ballare [non sono capace]. Oltretutto ho un carattere di merda. Perciò, mentre fumavo un'infinita serie di sigarette, fissando l'uscita con lo sguardo di chi sta per uccidere qualcuno, nel dubbio tutti, ho pensato a un possibile diversivo.
Tipo: provocare un blackout, previo sabotaggio della centralina elettrica.
Infilare del lassativo gusto fragola nel frullatore per i cocktail. [Sono rimasta ipnotizzata per cinque minuti da quel frullatore] Questo, almeno, dopo aver ordinato il mio terzo daiquiri.
Scegliere le tre ragazze più "disinibite" e fare in modo che abbiano l'herpes, con serie conseguenze per tutti.
Gettare nel mucchio le care, vecchie e sempreverdi fialette puzzolenti, ottime per ogni occasione sociale.
Quando mi sono accorta di pensare con insistenza a un kalashnikov, ho capito che nessuno degli escamotages sopra descritti avrebbe placato la mia sete di sangue.
Quindi: una bomba al plastico. Se c'è una cosa che Metal Gear Solid [il videogioco] insegna, è come piazzare le C4. Sfruttando questa preziosa lezione di vita, ne ho prese un paio dalla borsa e le ho incollate sul muro portante.
Poi ho visto i miei amici. Ballavano. Ridevano. Erano contenti. Ho pensato: devo salvarli. E li ho convinti con una scusa a lasciare il locale.
Io – Dobbiamo andare, presto!
Amici – Che succede, ti senti male?
Io – No no, io sto benissimo. Ma dobbiamo uscire da qui. Ora. Subito.
Amici – Eddai, non rompere, è una bella serata.
Io – Forse non avete capito: ci stanno rubando le macchine.
Amici – Cazzo! Corriamo!
Fatto ciò, ho riconosciuto nella folla gente annoiata quanto me. A uno stava addirittura spuntando un brufolo, per lo stress. Ho pensato: devo salvarlo.
Io – Dobbiamo andare, vieni con me!
Ragazzo col brufolo – Ma chi sei? Io non ti conosco.
Io – Non stare lì impalato. Ti stanno rubando la macchina!
RcB – La macchina? Non ho neanche la patente.
Io – Via! Presto! Non c’è tempo!
RcB – Senti, non è che vuoi farti una storia?
[Ho pensato: è una causa persa]
Di lì a poco avrei fatto esplodere la bomba. Verso le 4, quando solitamente il dj, in debito di fantasia, decide di mettere quella canzone. Quella che fa: Bomba
un movimento sensuale
Sexy
un movimento muy sexy. Deliziosamente didascalico. Sanguinario. Gratuito.
Quando ho riaperto gli occhi, avevo ancora metà del mio secondo daiquiri nel bicchiere. E ho sentito una voglia improvvisa di andare alla toilette.
Qualcuno stava mettendo in pratica il mio piano.