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(in altre parole: l'ho scoperta anch'io ma non ho capito a cosa serva?)




















































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venerdì, giugno 23, 2006


Venezia, e altri colori
Nell'ultimo mese, ho scritto negli spazi liberi di un foglio di giornale, che poi ho perso.
Scrivevo di Venezia, città narciso, e doppia. Città a specchio. Un ponte disteso sul cielo, poco più che una fantasia.
E - come per assecondare quell'idea stramba e precaria - scrivevo dei suoi tremolanti palazzi riflessi, i palazzi-di-sotto, sporchi di vecchiaia, umidità e grafite.
Le geometrie, un'illusione.
Un posto per stracci colorati, appesi ai balconi dei teatri, dove hai tempo di scoprire che non tutto ciò ch'è bello profuma.
Venezia è una maschera di pietra leggera. Lacrime di amanti perduti riempiono i canali. Dove si impara l'amore in silenzio, e ad amare di più quei posti segreti che nessuno vuol vedere.
[Venezia sa che affonderà, sta scritto nel suo destino.
Venezia non c'entra niente con Roma. Non conosce eternità.
E il suo fascino è d'acqua, lenzuola bianche stese sul filo]
Un po' di sole assente cola in ogni ombra, e fa impallidire le facce, e stringere gli occhi a fessura.
Venezia, insegne ebraiche antiche come un'idea. Città d'artisti, puttane e passanti. 
Dove persino i piccioni incantano i turisti (perché sono piccioni di Venezia), e i turisti ridono delle canzonacce inventate dai gondolieri (perché non le capiscono). 
C'è un uomo che suona bicchieri di cristallo, e regala una colonna sonora fragile e bella all'aria della piazza.
Un altro vende insetti costruiti annodando lunghi fili d'erba, tanto che sembra naturale chiedersi come gli sia venuto in mente.
Bambini senza tempo giocano ad esser grandi, mentre una band di finti indiani d'America è venuta in tournée dal Perù, per intrattenere i reduci del treno.
E poi c'è un vecchio strano, che rincorre ogni ponte, come per riprendere fiato, restare a galla, meritarsi un equilibrio.
E sotto quel bastone, tutt'intorno alla sua corsa disperata e senza senso, Venezia già aspetta in segreto gli inchini, le rose, il sipario calato dal mare.
Così, scrivevo di Venezia nei pochi spazi bianchi di un foglio di giornale. Che poi ho perso e poi ho ritrovato, assieme a una scatola di latta piena di vecchi biglietti che non sapevo nemmeno di aver nascosto, né perché.

Espirato da gen | 18:45 | commenti (6)