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(in altre parole: l'ho scoperta anch'io ma non ho capito a cosa serva?)




















































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lunedì, febbraio 06, 2006

mi cerco nei tuoi occhi
perché alla fine è un gioco di specchi
perché alla fine è un gioco
che non mi va di perdere

mi cerco mentre dormi
fra l'aria che muovi e quella che fermi
un metro fuori dai sogni
che quelli almeno sono tuoi

forse mi trovo
forse non sono nemmeno lontano da me
forse ti trovo
per non cercarmi mai più

[Ligabue _ Forse mi trovo]

  In alto: ombre                        
Sotto: respiri, e luce                    
Fuori: il cosmo in dissolvenza.
            

Espirato da gen | 01:06 | commenti (9)






mercoledì, febbraio 01, 2006

Passion lives here: sta scritto sopra stendardi rosso cinabro, impigliati ai pali della luce. "Here" va tradotto hinc et nunc. Qui, Torino. Adesso, febbraio 2006.
Non ci puoi credere che verrà Lou Reed, così come quei Rolling Stones 24 anni fa, al "fu" Comunale oggi Stadio Olimpico. Nomi grossi. Cibo per metropoli.

All'improvviso voilà: stranieri a torme, un'allucinazione collettiva fatta apposta per noi bisbetici sabaudi tutti "tende chiuse" e lagnanze. Turisti olimpici che fino all'altro ieri ci pensavano abitanti di una Detroit in declino, formiche soffocate dalla caligine, tristi e alienate per il troppo vivere dentro un incubo efficiente da piano quinquennale sovietico. Produrre produrre produrre.
La troupe di giapponesi (da noi giapu) in via Montebello, che scatta milioni di fotografie alla Mole, non ha mai visto niente di simile: la sinagoga non consacrata, con tutt'altro che vaghi echi di massonerie là in punta, nell'angelo ormai caduto da cent'anni. Vai a spiegargli tu, torinese, che non è mai servita a nulla. Che è nata per regalarci un simbolo.
Poi ci sono gli americani chiassosi sotto i portici di via Po. Qualche parente della squadra giamaicana di bob a quattro. Gente dalla Scozia e dalla Cina. I francesi che scavalcano le Alpi per scoprire, al di qua, nelle geometrie barocche e nell'accento, che siamo cugini. 
Pezzo per pezzo, a scaglioni, il mondo entra in casa nostra. Ci guarda. Scatta fotografie. Legge, su lastre di marmo slavate dalla pioggia, che abbiamo assemblato l'Italia, questo Paese fatto di innesti e relative crisi di rigetto. Che abbiamo inventato la RAI, la SIP e il cioccolato [cliccare qui per credere]. Poi vedono noi, un po' scorbutici, infastiditi dai riflettori, che ci portiamo impresso nel DNA l'aria degli scontenti cronici da quando ci fecero credere che saremmo stati una capitale, e dopo poco ci buttarono giù dal letto. «Troppo scomodi, troppo decentrati», dicevano. Quella cosa lì, mica l'abbiamo mai digerita. Ne siamo usciti smunti, timidi, coi complessi di inferiorità, l'autostima labile e le manie di persecuzione.
E mentre i turisti olimpici si riempiono le braghe di gianduiotti, i rullini di portici e la testa di domande ("Possibile che nessuno di noi abbia mai sentito parlare di questa città, prima?"), noi torinesi - borbottando come vecchie ciminiere - arrossiamo.
Color rosso cinabro, ovviamente.

Espirato da gen | 21:02 | commenti (13)