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(in altre parole: l'ho scoperta anch'io ma non ho capito a cosa serva?)




















































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martedì, giugno 28, 2005

Ma ce ne fossero più spesso, di giornate come quella lì. Seduti su una panchina, davanti ai binari deserti, a guardare i treni partire. Col Nordico in grande spolvero - bello come il sole di mezzanotte. Solo un po' più caldo. E quasi perderlo, quel treno, per prenderne un altro che va più veloce e - come si dice - dritto al corazon.
La banchina vuota. Un tossico che chiede spiccioli per comprarsi un panino o per le sigarette perché sua moglie bla bla e bla. Io che cerco di parlare sul rumore dei binari roventi e sui miei pensieri. E poi, dritto al corazon. Ondeggiamo sospesi nel silenzio del nostro reciproco non-pensare, in una stazione che deve ignorare per forza la bellezza intrinseca di certe scene. È strano come a volte, quando qualcosa ti riempie il cuore troppo in fretta fin quasi a traboccare, te lo senti aggrappato al petto più leggero, e hai il terrore che voli via, di non recuperarlo più.
Così là, quel giorno, il mio per poco non rimette le ali e se ne va per la tangente. Sento che ricomincia a battere solo dopo il suono fuoriluogo -biiiiiiiiiiiiip- dei treni (del treno) in perfetto orario. Maledetta efficienza FS - pensiamo lanciandoci un 'arrivederci' impacciato dal predellino.
"Eh", dice, mentre la porta quasi gli mozza un braccio.
"Eh, sì", dico, perché i pensieri non hanno avuto tempo per rinvenire.
"Ecco, io", dice, e un attimo dopo di nuovo quel suono, biiiiiiiiiiip, stavolta - mi sembra - più crudele. In un attimo, ogni sibilo sembra dire: "Basta cazzate, abbiamo fretta, qui". Le porte obbediscono ai comandi. Chiuse. E mi allontano lemme lemme, in mezzo ai passanti che non sanno, a Torino che forse sa ma discretamente tace. Perché le città in fondo sanno sempre tutto, dei sorrisi da dementi di chi le attraversa, uscendo dalla stazione.

Espirato da gen | 19:29 | commenti (12)






martedì, giugno 21, 2005

Farsi ferire, anche. Morirne. Non importa.
Ma tutto sarebbe, finalmente, umano.
Basterebbe la fantasia di qualcuno - un padre, un amore, qualcuno.
Lui saprebbe inventarla una strada, qui, in mezzo a questo silenzio
in questa terra che non vuole parlare. Strada clemente, e bella.
Una strada da qui al mare.
[Baricco - Oceano mare]

L'avevo presa, quella strada, sin da bambina. Partivo coi primi caldi e con le valigie colorate dentro (grigio scuro, fuori). Ci cacciavo dentro animali gonfiabili, costumi da bagno e caramelle. Il minimo indispensabile.
La strada rigava dritta per chilometri, sotto un sole pazzesco. Poi un cartello avvertiva: Benvenuti nell'autostrada dei fiori, e i fiori c'erano davvero. Correvamo su viadotti roventi e molto alti, con una sola corsia per parte, tanto che potevi salutare con la mano i viaggiatori del senso contrario, "ciao ciao" sempre sorridenti anche se un po' disperati, perché quasi mai corrisposti. Andavamo troppo veloce, dalla fretta di andare o di tornare indietro.
La Panda (azzurro chiaro - come il cielo - come la carta da zucchero - come un puffo malato) arrancava su per le salite, emettendo il classico rumore delle Panda, rumore di ferraglia vibrante e stanca. Dentro era scomoda e bollente. Mi stancavo di salutare sconosciuti: quanto manca? quanto manca? quanto manca? La domanda ossessiva dei bambini.
Poi venivano le curve, e le colline verdissime trafitte da gallerie luminose che acciecavano per qualche secondo la vista dei paesaggi attorno e l'ipotesi del mare, poco più in là, forse, una volta usciti.
Ma bisognava aspettare altre curve, altre famiglie soffocate dai bagagli, e ancora curve.
Al che le vedevo di sfuggita, in un anfratto fra due colline: le ciminiere di Savona, a righe orizzontali rosse e bianche, come due colonne d'Ercole piantate lì dal caso industriale per avvisarti in anticipo dello shock.
Altre curve. Troppa l'ansia, per farsi venire voglia di vomitare.
Il mare. Ogni anno sempre là, dove l'avevo previsto, ma mai, e dico mai, dello stesso colore.
E a quel punto aspettavo le sensazioni di un altrove distante appena cento chilometri: i gelsomini, il profumo dei gelsomini, l'odore di una casa di mare, la fame di fusilli al pesto, sulla passeggiata il gusto del sale nelle narici, il suono dei passi sulla pietra lucida di Cervo e la linea precisa dell'orizzonte, vista dal terrazzo di un bar, il gracidare delle rane, le cicale e le formiche - un esercito dietro il muretto -, la sabbia, tanta tanta tanta sabbia, le fragole del fruttivendolo, le sere fresche giocate a nascondino dietro le siepi, il gelato mezzo mangiato e mezzo sciolto sul molo.
Tornavo col sale sulle labbra insieme a un mazzo di gelsomini che moriva in città.

Espirato da gen | 20:49 | commenti (13)






martedì, giugno 14, 2005

O temps, suspends ton vol ! et vous, heures propices
Suspendez votre cours !
Laissez-nous savourer les rapides délices
Des plus beaux de nos jours !

Assez de malheureux ici-bas vous implorent :
Coulez, coulez pour eux ;
Prenez avec leurs jours les soins qui les dévorent ;
Oubliez les heureux.

Mais je demande en vain quelques moments encore
Le temps m'échappe et fuit ;
Je dis à cette nuit : " Sois plus lente "; et l'aurore
Va dissiper la nuit.

Le Lac - Lamartine


Dedicato alla mia insegnante di francese. 
A una persona che non c'è più. 
E che non meritava di andarsene così.
Ringraziandola di esserci stata, per cinque anni della nostra vita. 
E per altri cento.

Espirato da gen | 19:57 | commenti (4)






sabato, giugno 11, 2005

Inizia così.
Buona sera,
sareste davvero gentilissimi, forse qualcosa di più, se non strappaste questo messaggio!

Un foglietto staccato dal quaderno a quadretti e appiccicato al mio citofono (sotto il mio citofono) con lo scotch da pacchi. Mi fa venire in mente le serenate di una volta. Rodolfo Valentino. O un Romeo Montecchi d'altri tempi che non avesse trovato Giulietta al solito balcone. La crème de la crème degli ultimi romantici superstiti.
L'ho raccolto piano piano e messo in borsa, con un po' di imbarazzo perché - oddio - chissà da quante ore era lì, sotto gli occhi di tutto il condominio, scala A e B.

Certo davanti a quelli di mia madre, che non ha perso tempo. "Ah, era per te?!". E giù a ridere. Purtroppo non solo lei perché avevo in casa mia nonna, mia zia, e le mie cuginette. Una risata di tre generazioni e mezza. Unico a non sghignazzare, il cane. O forse sì, che ne sappiamo?

Non ho richiesto una perizia calligrafica.

Espirato da gen | 14:41 | commenti (9)






giovedì, giugno 09, 2005

Sì sì sì e ancora sì

Non si tratta di politica. A me la politica non è mai piaciuta, un po' come la matematica. Succede con le cose che non si capiscono: mica possono piacerti, al massimo affascinarti.
Ma a volte la matematica è un'opinione ancor più che la politica.
Qualunquismo, fascismo e razzismo sono tutti *ismi che digerisco malissimo, meno delle disequazioni fratte, se è possibile. Anche l'astensionismo mi dà la nausea, giuro, un'acidità di stomaco violenta.

Per conservarmi sana la bile, scorderò l'ennesima bordata oltreoceanica della Fallaci, e già che ci sono anche quella di Rutelli, il fiorista piacione.
Al telegiornale di ieri una donna per il "no" indicava tre vie parimenti dignitose: votare sì, votare no e non presentarsi. Un prete partenopeo ha promesso una gita a' mmare pagata dalla parrocchia ai fedeli disposti all'astensione in nome della causa cristiana. Papa Benedetto 16° - lungi dallo spesarci il trip alle Barbados coi soldi della Curia - ha impartito in eurovisione una lectio magistralis di pura dottrina gesuita. 
E intanto Roberto Rosso (cognome ironico per un forza-italiota) mi urlava dai cartelloni torinesi che "ogni embrione è un piccolo cucciolo d'uomo". Carattere grassetto, dimensione 83236.

Se Berlusconi avesse regalato a tutti una settimana alle Barbados, al posto dell'euro-convertitore, avrebbe comunque perso le regionali?
Ho cominciato a riflettere.
Politica, religione, piccoli cuccioli d'uomo come Mowgli nella giungla. Immaginavo quei miserrimi embrioni tutti infreddoliti, allevati da branchi di lupi che sotto sotto vorrebbero papparseli. Esodi e controesodi dalla spiaggia di Ostia, milioni di pecorelle smarrite sull'Autostrada del Dio Sole, tutto per non dar soddisfazione alle nostre eresie laiche.
Saranno a migliaia i credentissimi che domenica non scolleranno il culo dal sofà. Costretti a sorbirsi gli ultimi vent'anni di BuonaDomenica in replica, piuttosto.
Guai a sgarrare, mia piccola Dolly del Signore, mi rivolgo a te: nelle urne ci sarà il (pan)demonio. Non si tratta più dei figli che non hai mai avuto, delle malattie che potresti curare, dei parti trigemini rischiosi. Il messaggio è chiaro: se sei un vero fedele, un credente coraggioso, un uomo con gli attributi (si spera per te funzionanti) non devi votare. 
Perché la scomunica è nell'aria. E a quel punto chi te lo paga, il viaggio a Canossa?

Espirato da gen | 00:33 | commenti (11)






lunedì, giugno 06, 2005

Me-shake

- Scusa, sei tu che hai ordinato un nuovo casino?
- Eh?
- Dicevo: hai ordinato un uovo al tegamino?
- Ah no, solo un macchiato freddo.
- Boh, saranno quelli dell'altro tavolo. Signori, per chi è l'uovo al tegamino?...

Ecco. Uffa.
Adesso non capisco più un cazzo. Again.

Semplice. Sbagliato. Shakerato.

Mi è rimasta impigliata tra i denti una rosa. Non ha profumo e non ha spine: perfetta da far schifo.
Quando mi sveglierò sarà bell'e secca, ma stavolta l'appendo a testa in giù e vedrete se il tempo tiranno in qualche modo non lo si sbugiarda.
Ceci n'est pas une metaphore.
Mannaggiammé.

A che età ci si emancipa dalla propria adolescenza, di solito?

Espirato da gen | 03:49 | commenti (24)






mercoledì, giugno 01, 2005

È come la scena finale di un film d’azione, quando tutto si sistema e i due eroi sereni non hanno la forza di parlare perché potrebbero rompere la catarsi.
C’è vento, nel parcheggio. E fischia arruffando i capelli con la lenta malinconia dei noir, voce fuori-campo a dettarmi i pensieri.
Già. Ma cosa sto pensando?

Risate di tassisti sulla
voce metallica di una radiolina. Per il resto, e per tutti, vento.
Camminiamo, indecisi passi e parole, perché siamo stati vicini, uno nell’altra, ma è passato del tempo sui miei ricordi, e ha cancellato il male. Adesso di noi restano due estranei, due eroi sereni dopo un’esplosione. Stiamo invecchiando, forse. Avevi diciassette anni, io poco più di quindici. Di quella sera, ora, sono rughe e cicatrici sotto la pelle del tempo che ci è passato addosso come questo vento.

Che strano, vederti qui.
Pensare che ti conosco e di te so ancora così poco. Eri il traguardo irraggiungibile di una ragazzina, e quando ti ho sfiorato mi hai fatta sentire polvere. Ricordo la tua schiena, voltandoti hai detto: “Sono stanco” perché la dolcezza era finita. Dopo c’è stato il cenone coi parenti. Il sorridere a denti stretti come se niente fosse diverso.
Non ero ancora pronta a diventare grande.

C’è vento.
Come nei noir.
Un cartellone al di là della strada, che sto fissando e non vedo.
”Perché mi guardi così?”
”Niente”
”Niente?”
”Cercavo solo di capire cosa pensi, credo che…”
Penso che sto bene. Penso che questo, in fin dei conti, sia stato un esorcismo. Ché incontrarti ora finalmente non dà più alcun dolore. Penso che in fondo non sia stata colpa né tua né mia.
Penso che ce la sto facendo, a diventare grande, nei tempi e nei modi giusti. Adesso che è il momento perfetto per guardarmi riflessa nel finestrino senza niente da rimpiangere. E forse un giorno ti ringrazierò per avermi restituita più forte al freddo di dicembre. 
”…non lo capirò mai”
”Eh, sono inconoscibile”. Sorrido. Sì, potrei anche volerti bene.
Chissà.

C’è vento.

Espirato da gen | 03:14 | commenti (6)