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(in altre parole: l'ho scoperta anch'io ma non ho capito a cosa serva?)




















































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venerdì, maggio 27, 2005

I still don't know what I was waiting for
And my time was running wild
A million dead-end streets
David Bowie: Changes

Diritto dell'informazione.
Estetica.
Inglese.
Andati.
_La somma dei neuroni bruciati è incalcolabile. 


Ogni dieci giovani neuroni morti, ce n'è uno che risorge dalle macerie: il neurone Fenice. Sarà un recupero lento, quello delle mie facoltà mentali.
Mentre aspetto di riuscire a scrivere qualcosa di decente, raccolgo il testimone testé appioppatomi da una neo-italienne à Paris e dal mio fratellino di secondo grado

Ripetete con me: una catena al giorno leva agli altri la jella di torno. Una catena al giorno leva agli altri la jella di torno. Una catena al giorno leva...
Ok. Siamo pronti.

1) file musicali nel mio pc
Quasi 10 giga. Ma prima che sbattessi nel cestino (e con rabbia, anche) gli mp3 tamarri di mio fratello, erano molti di più. Tutta roba di cui detengo i diritti. Ovviamente. Sì, passiamo oltre.
2) l'ultimo cd comprato
Per me, un anno fa: Ligabue - Ligabue.
Per regalarlo: un best di Bob Dylan a caso. Conosco i miei polli.
3) canzone che sta suonando ora
La cambio perché mi vergogno (era la sigla di Lady Oscar). Ecco, ora "Black Tongue" degli Yeah Yeah Yeahs.
4) cinque che ascolto spesso
1_ Verdena: Luna
2_ Tori Amos: Spark
3_ Rolling Stones: Anybody seen my baby
4_ Pixies: Hey
5_ David Bowie: Heroes (poteva forse mancare?)
5) crosso la palla (e non perché voglia loro del male) a...
Elenelessar, New Born e Psusu
... e ricordatevi che se la sfiga mi trova, io poi in qualche modo trovo voi.

[Non è una minaccia. Ma tornerò presto, e questa è una minaccia]



Espirato da gen | 18:21 | commenti (13)






lunedì, maggio 16, 2005

Oggi il signor Domenico Agosto vede dappertutto gente impegnata: omini stanchi che si dannano l’anima per un posto al sole o finiscono le giornate accasciati esausti sui sedili dell’autobus, e donne in ciclo costante, vestite coi colori di stagione, amiche in carriera piene di malizia stressate nelle loro divise CocoChanel, e uomini manager dal sorriso violento con sogni talmente belli da doverli sfregiare, e ancora artisti, puttane, tiratori di coca. Non proprio in quest’ordine.

Il signor Domenico Agosto era nato prematuro in marzo da due genitori burloni, ma gran lavoratori. La faccenda andò più o meno così: lei voleva una femmina, per lui in fondo era lo stesso; s’eran detti che doveva essere un bambino spensierato, leggero e libero, perciò – in un pomeriggio mite che sembrava non finire più – scelsero di chiamarlo Domenico, Domenico Agosto.
Fu una decisione che per esperienza personale il vecchio zio Felice (Felice Agosto) non condivise mai. Perché un nome – lui solo in quella famiglia bizzarra lo sapeva - è un vestito di cui non puoi spogliarti, è la prima parola che impari a scrivere in bella calligrafia e – soprattutto – una premessa del destino a cui devi saper reagire. Dalle scuole elementari, lo zio Felice soffriva di depressione ogni estate, poi l’autunno passava  a buttar giù le foglie e staccare gli ultimi granelli di spiaggia dalla pelle, e solo allora Felice si sentiva sollevato, come liberato da un peso. Non proprio felice, ma quasi.

Domenico Agosto, contrariamente alle aspettative, crebbe tranquillo.

Tra i compagni di scuola media c’era chi lo esaminava con sospetto, attento al minimo sbadiglio, come se Domenico potesse essere nato scansafatiche per natura. Ma l’arrivo in classe della bionda Vacca Carolina (di cui si innamorò in segreto) aveva già procurato un diversivo.
E più tardi, smentendo ogni diffidenza, Domenico lavorò sodo, e presto. A volte di domenica e persino in agosto. Alla gente stava simpatico perché conosceva l’autoironia.

Col vecchio zio Felice, che aveva accolto la vecchiaia un giorno via l’altro con alterna rassegnazione, faceva lunghi discorsi sui nomi.
«Se fossi stato un Marco Agosto qualunque, sarei diverso?», chiese Domenico, un lunedì sera di giugno.
«Non lo so. Ma credo di non averlo mai digerito, lo humour dei miei genitori»
«Però porti un nome allegro. Sempre meglio che chiamarsi Tomba o Bara»
«Ragazzo mio, tu sei giovane e ne capisci ancora poco. Ad agosto fa troppo caldo, se stai in città, e tutti gli amici sono in vacanza. E se invece vai al mare, la sabbia ti si appiccica ovunque, ne trovi a manciate persino nella fessura delle chiappe, e poi sul lungomare e sul treno ci sono orde di famiglie chiassose, il gelato cola sciolto sulle dita, non puoi leggere tranquillo un libro che subito arriva una pallonata o peggio ancora qualche bambino molesto ti rovescia un secchiello di fango sui piedi. Ad agosto non puoi essere Felice davvero»
Lo zio Felice era un po’ esagerato. La verità vera, che non aveva mai rivelato, era che un ferragosto di molti anni prima una certa Emilia (rossa lentigginosa e bellissima) aveva riso del suo nome fino alle lacrime.
«A proposito, senti ancora Carolina?»
«Ci siamo persi di vista. Si è trasferita. Sai come vanno queste cose»
Domenico, quella sera, non pensò più a come si chiamava né perché, o se avrebbe o meno tenuto fede alle premesse. Voleva essere fedele ai suoi pensieri più che al suo nome, e forse era quello il miglior modo per vestire i panni di Domenico Agosto, o di chiunque altro.
Si addormentò con in testa due parole azzurre: Elisa Bergamini. Le uniche che avessero davvero un senso.

Espirato da gen | 16:49 | commenti (16)






sabato, maggio 14, 2005

Dopo cinque giorni da standista ho imparato
che g
li autogrilli della Fiera del Libro sono uguali uguali a quelli delle autostrade, ma senza l'autostrada (lacuna che toglie parecchi punti-atmosfera)
che hanno gli stessi panini:
l'Icaro, l'Apollo, il Capri che non è il Caprese e il Caprese che non è il Capri, il Tramezzoso che altri non è che un tramezzino al tonno con manie di protagonismo, il Camogli ripieno di melanzana e forse provola, e per finire in bellezza l'evocativo Vitellone
che non riuscirò mai a pronunciarli
che alla Fiera del Libro si vendono più hot-dog che libri, tanto che per un attimo due venusiani di passaggio (marito e moglie) l'hanno scambiata per la Sagra Bavarese del Wurstel
che non voglio sapere di cosa siano fatti, i wurstel
che però qualcuno riesce a ingollarseli alle dieci e mezza del mattino (e noi, ormai immuni alla nebbia dell'unto per prolungata esposizione, lì davanti a vendere romanzi)
che i più alienati fra i dipendenti Autogrillo sono proprio i venditori di hot-dog, costretti a friggere simboli fallici per dodici ore consecutive (freudiani in giubilo)
che i tacchi sono da evitare (prima regola della standista)
che ci sono troppi libri ancora da leggere e troppi che non ho mai scritto

Dopo cinque giorni da ex-standista ho imparato
una nuova parola magica: prossemica: la percezione mentale dello spazio sociale: come disegnarsi attorno un cerchio che non può essere violato, al cui interno sta tutto il tuo mondo: ovvero tu: ovvero io: anzi, tutti: ognuno però nel suo.
Live and let live, vivi e lascia vivere -  mogli e buoi dei paesi tuoi -  il troppo stroppia? Tutto questo è prossemica.

Un ottimo termine tecnico per indicarne il trasgressore è rompicoglioni [composto dal latino rŭmpere, rompere, e dal tardo latino coleōne(m), testicolo].

Espirato da gen | 16:40 | commenti (7)






domenica, maggio 01, 2005



The Beatles - While my guitar gently weeps
I look at the world and I notice it's turning /
With every mistake we must surely be learning




L'impresa più forte è stata dire addio.  
Come guardare un brutto film al cinema e non poter raccogliere quei pochi stracci, scavalcare piedi gambe sguardi, e correre via dalla sala. Perché il biglietto l'hai già preso ma solo adesso sai quanto t'è costato.
Resti e insegui un epilogo scontato: terrore rigetto e deserto. Dolore dove fa più male. Ogni tua parola è un salto sul gradino più basso.
Il senso di mancanza senza senso è quel gusto acido in fondo alla dose di razionalità che hai nello stomaco. Una mistura aliena di svolte obbligatorie, amare amare amare disperato e rinuncia.
Le porte dell'ascensore si chiudono su una visione di te precipitata dal muro al pavimento.
E alla fine non hai neanche la consolazione del sole là fuori, non hai niente. Solo vecchi scarafaggi inglesi nelle orecchie, al suono di una chitarra che piange con dolcezza insieme a te.

Espirato da gen | 22:24 | commenti (17)