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(in altre parole: l'ho scoperta anch'io ma non ho capito a cosa serva?)




















































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giovedì, marzo 31, 2005


L. che scrive sms ma - le cascasse sulla testa un mappamondo - non chiama. Ciao, quand'è che ci vediamo noi due? [sono 12 anni che ci conosciamo, 4 mesi che non ci si sente/vede, ed è riuscita a totalizzare 8 parole]
Non ricordo quasi più la sua voce, ma in compenso posso confidare i miei peccati al telefonino. Bip bip.
Però se fosse per me te lo dimostrerei subito, eh, che ci tengo.
[Che strano, dire fosse per me. Fosse per me cancellerei la fame nel mondo, l'insalata di finocchi e Iva Zanicchi. Magari dando in pasto al mondo Iva Zanicchi (tanto ce n'è a iosa). L'insalata di finocchi no perché non l'augurerei a nessuno.
Fosse per me l'università costerebbe uguale, ma avremmo tutti i libri gratis. Fosse per me sarei ben altrove, a scrivere editoriali per "Il venerdì di Repubblica". Ma se
questo non è per te, cosa lo è?]
Need an exit. Che è poi un altro modo per dire "vaffanculo". Tre parole al prezzo di una. Una perifrasi, ecco.
Mentre il castello di carte si sgretola su se stesso, e i pomeriggi vengono giù insapori e il mio livello (zero) di sopportazione porta ogni cosa al collasso, mi attacco al maniglione antipanico e mando tutti a quel Bel Paese.

E già che ci sono sbatto pure la porta. Tiè.

Espirato da gen | 18:35 | commenti (14)






venerdì, marzo 25, 2005

Post triste
che più triste non si può
(astenersi entusiasti della vita, almeno per oggi)

[È mezz'ora che scrivo e cancello la prima frase.
Non so da che parte iniziare]

Penso a tutte le biografie che sovraffollano gli scaffali delle biblioteche, alle pagine su pagine spese per parlare di gente famosa, importante, in posa per le figurine del Grande Album della Storia. La prassi vuole che certe persone vadano ricordate così, mentre accarezzano la testa di un bambino, mentre alzano il pugno chiuso o il braccio teso a ordinare un genocidio. Penso all'eco dei passi di un Napoleone, di un Hitler, di un Roosevelt, e persino di un Hendrix, a come la loro impronta digitale si sia impressa quasi per via genetica nelle generazioni a venire. L'unica vera forma di eternità promessa all'Uomo (essere troppo intelligente costretto in un'esistenza troppo piccola) sono ammassi di carta fitti d'inchiostro e date, romanzi che in fondo terminano tutti con un punto che poi è la dipartita del protagonista principale.
La biografia della gente normale invece è scritta in inchiostro simpatico su carta di riso. Che interesse può avere leggerla? Penso che nessuna vita ordinaria si aggiudicherà uno spazio su quegli scaffali. Che l'eternità di un uomo normale come Alberto, con poche passioni (andare a pesca, vendere dolci, accarezzare il gatto), nessuna delle quali abbastanza vivida da lasciare un segno (al massimo a matita HB), sarà garantita per poco e in maniera del tutto astratta. Sono i ricordi, e i ricordi hanno la fastidiosa tendenza a scappare di mente, nella migliore delle ipotesi a mutare in qualcos'altro. Esistono solo se alimentati di continuo, tenuti al guinzaglio per impedirgli di scappare via.
Oggi mi fa imbestialire non avere una fede. Non poter dire: se ne va in un posto migliore. Perché non riesco a immaginare un posto peggiore di una cassa di legno sommersa di terra. Posto migliore un cazzo.
Ecco, mi fa incazzare non essermi mai concessa l'opera omnia delle Grandi Consolazioni. Oggi sarebbe più facile affrontare la notizia, triste ma semplice. So che domani penserei alla sua anima, non al corpo e a ciò che gli succede là sotto. Eppure, preferisco che mi lascino nel mio brodo, che nessuno venga a portarmele, quelle stesse Grandi Consolazioni.
Gli riderei in faccia. Una risata amara che ha il suono fesso delle monetine lanciate nei pozzi. Una risata odiosa.
Scarterò dal mazzo l'immagine di lui nelle ultime tre settimane, sdraiato nel letto in attesa di che-cosa-lo-sappiamo. Del silenzio assoluto in macchina tornando a casa. Di come non ci volevo andare, lì, ma almeno glielo dovevo. Perché non volevo ricordarlo in quel modo e non lo farò.
Nonostante tutto, oggi volevo raccontare Alberto, con queste pochissime parole che a conti fatti non dicono niente di chi era (non potrebbero). E fintanto che il ricordo è ancora vivo, volevo parlare di quell'estate di due anni fa che mi ha semi-salvato la vita cambiandomi una gomma. O delle due vacanze a Disneyland Paris, quando correva da un'attrazione all'altra come un bambino (un bambino quarantacinquenne coi baffi). O del tono gentile della sua voce quando c'incontravamo in giardino e diceva: "Allora, principessa, come andiamo?".
Non posso fare altro che scrivere in inchiostro simpatico su carta di riso un pezzo troppo piccolo della sua biografia, e metterla sullo scaffale.

Espirato da gen | 18:45 | commenti (19)






lunedì, marzo 21, 2005

L'essenziale è invisibile agli occhi
(Antoine De Saint-Exupéry)



Esco dall'università, con una marlboro-lait fra le labbra, pronta a mettere a frutto la scoperta del fuoco. Sulle scalinate, perdigiorno come me lasciano scorrere i minuti fra profumi di canne clandestine e quattro gocce di Ck One, lo strascico di una ragazzina ultra-fashion.
Sono lì a guardare il pavé, dose di veleno polmonare alla bocca, senza nulla da far circolare nel cervello a parte la solita malinconia abbozzata.
E poi c'è un vecchio, che cammina lento appoggiato a una stampella, con una borsa a tracolla (rossa e blu) e una vistosa macchia scura sul maglione. A due metri da me si ferma, sguardo azzurro fisso avanti, e mi chiede piano: «Sei triste?».
Una voce faticosa. Lo noto solo in quel momento, che è cieco. Resto immobile, mentre si fa strada un terrore senza nome, e sento attorno lo spazio dilatarsi e i suoni perdere frequenza e i muri della città diventare fondali di cartapesta a due dimensioni.
Possibile che mi stia leggendo dentro? Che possa vederlo? Perché l'occhio si può sempre ingannare. Le parole a volte servono a questo, a coprire l'evidenza, a depistare sguardi disattenti. Ci sono mille probabili risposte alla domanda "come-stai", ma una sola è quella vera, e spesso portatrice sana di altri quindici punti interrogativi, troppo lunga, complessa. Non c'è mai abbastanza tempo/voglia per ascoltarsi sul serio.
«Sei triste?», ripete. Non rispondo. Sono terrorizzata. 
Alla favoletta parapsicologica secondo cui ogni persona possiede un'aura colorata intorno a sé a seconda dell'umore non ci ho mai creduto. Almeno, fino a stamattina.
Però rimaniamo lì a 'guardarci' io e il cieco, per qualche secondo eterno, in cui lui (forse) si aspetta una risposta e io cerco di spostarmi da quello che suppongo sia il suo campo paravisivo, in modo che non mi possa più sentire.
«E come mai sei così triste?».
Sono triste? Non sono felice. Magari solo a sprazzi. La mia è una felicità stroboscopica. Ci sono giorni lampeggianti e giorni a batterie scariche.
Sono triste? Facendo una media ponderata certo prevale una malinconia travestita da qualcos'altro, ma non è così per tutti? Non è questo l'effetto collaterale di uno stadio evolutivo troppo intelligente? Ogni dubbio, ogni scelta esistenziale implica il sottofondo della piccolezza umana.
Insomma, sono o non sono triste? Sì. Ok, vecchio, mi sa che ci hai visto giusto. Sono triste.
«E allora cosa dovrei dire io?», chiede, senza che io abbia detto una parola.
«Il Libano è un inferno - dice - Il Libano mi ha tolto tutto. La vista, i soldi, tutto. Cosa dovrei dire io?».
Impugna più forte la stampella, fa un passo avanti. «Ho sbagliato tutto», dice. Piano si allontana, zoppicando. «Ho sbagliato tutto, tutto». E la sua voce si perde debole più avanti.
Di sicuro era cieco.
Forse era pazzo o forse sapeva vedere al di là del visibile.
Perché di sicuro sono triste.

Espirato da gen | 16:50 | commenti (15)






sabato, marzo 19, 2005

Windows Wide Shut 4.1

Aspettando i Cavalieri dell'Apocalisse in grande spolvero, c'è sempre una cosa che puoi fare: aprire la finestra.
Là fuori marzo imperversa, fradicio di sole. Tanto che ieri il termometro segnava 30 gradi. Mica ci credevamo: come minimo sarà vicino a una lamiera. Posizione alquanto controproducente per un termometro degno di questo nome. E invece l'ascella di un tipo in giaccavento sul pullman ha confermato: fa caldo.
Ma di quel caldo buono che se qualcuno osa lamentarsi lo uccido. [Per questo basta fare del sano zapping selettivo, saltando a piè pari StudioAperto]
Diciamolo, non mi ero preparata. E non si tratta solo di togliersi uno strato di lana, qua bisogna cambiare un paio di schemi mentali: pensare primaverile. Da torinese d'Oc, l'eterno ritorno delle stagioni non smette mai di sconvolgermi i piani. È che questa città non è nata per il sole. Lo vedi subito che non ci è abituata, a sentire i raggi sull'intonaco. Come una donna in là con gli anni che si vede rivolgere un complimento a sorpresa dal fruttivendolo quarantenne di cui mai avrebbe sospettato, arrossisce e il giorno dopo si mette in gran tiro, resuscita dalla naftalina camicetta scollata e jeans che non indossava da vent'anni, ritrovandosi bella senza perdere quell'aura solita di malinconia sfiorita.
Mi godo il suo momento, con lo spettacolo del mondo intero spalancato sotto il balcone.

Intanto, nell'universo...
I Cavalieri dell'Apocalisse di cui sopra, quelli un po' lugubri che "è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo", stanno sellando i cavalli. Superati i 20000 contatti e nemmeno me ne sono accorta. Ancora troppo pochi per salire all'Olimpo delle blogstarlette, ma abbastanza per mugugnare un sommesso "'Sti cazzi". Ci vorrebbe un discorso che non ho mai scritto (sprovveduta! sprovveduta!). Senza contare che fra qualche giorno questo mostro rivoltoso di blog festeggerà il suo primo compleanno*. Ogni tanto, giusto per dargli il brivido del lavoratore precario, gli urlo: «Come ti ho dato la vita, posso togliertela». Mi fa sentire potente.
Eppoi eppoi: m'immergo nelle élites della Torino popolarborghese, con tutto ciò che comporta in termini di (s)concerti, vecchie nuove facce note, concorsi di cortometraggi con tante marchette, vita cacofonica al massimo livello di rombo.
Su le casse, imperativo sorridere anche davanti alle brutte notizie, che dietro l'angolo ce n'è sempre una in agguato.

* Jingle MODE ON: tanti auguri a te / tanti auguri a te / tanti auguri smet... Jingle MODE OFF.

Espirato da gen | 13:21 | commenti (5)






lunedì, marzo 14, 2005

I have a dream
(come arricchirsi speculando su un'indigestione di carciofi con fonduta)

Ho sognato di essere assalita da cinque vipere, mentre guidavo, e in tutto ciò mi si rompeva prima il freno, poi la frizione, poi la strada era interrotta da un passaggio a livello rosa scintillante (credo), sennonché al posto del classico treno passavano due pullmini Volkswagen verdi con sopra fricchettoni vestiti come i Village People dei tempi d'oro, che mi urlavano: "Spostati da lì, passa il corteo" con marcato accento milanese (credo). Ovviamente non mi spostavo, anzi, salivo sul primo Westfalia, e proprio a quel punto mi accorgevo di avere addosso uno smagliantissimo tailleur, del tutto inappropriato.

Serpente: 88
Cinque serpenti: 440 (inutilizzabile)
Guidare l'automobile: 51
Automobile che è la propria: 31
Freno: 60
Freno che non frena: son cazzi tuoi
Frizione: mo' chiedi troppo
Strada: 40
Passaggio a livello: forse 49
Passaggio a livello rosa: 49 + 31 = 80
Passaggio a livello rosa scintillante: 49 + 31 + 59 = 139 (inutilizzabile)
Pulmino Volkswagen Westfalia: 67
Guidato da hippie: 69
Hippie palesemente gay: 90
Urlare: 61
Corteo: 18
Accento milanese: 4
Essere elegante: 18
Sogno senza significato: 50 - 12 = 38

Espirato da gen | 22:11 | commenti (16)






venerdì, marzo 11, 2005

Bonjour paresse
(apologia della pigrizia)

Soyez ivre!, disse uno spirito illuminato in stretti rapporti con gli oppiacei.
Ed eccoci qua, marionette ubriache appese ai soliti fili. Accanto a me (se non altro con l'anima) c'è un amico filoirlandese che non vede l'ora di a) andarsene b) restare c) in mancanza d'altro, levarsi se stesso dalle palle. Si chiede un giorno di ferie, non di più.
E praticare l'ascesi, al giorno d'oggi, non è affatto facile.
Ci ho provato anch'io lo scorso week-end. La intitolerei: causa persa in partenza di rendersi irrintracciabile. Occorrente: una casa. Vuota. Che sia la tua. Magari un posticino in un non-ben-precisato altrove che 1) non disponga di telefono fisso 2) sia abbastanza lontano da scongiurare irruzioni 3) non c'è un punto tre.
Per prepararsi il campo, bisogna innanzitutto palesare la cosa con qualche giorno d'anticipo, della serie: "No, sabato ho un improrogabile impegno a Canicattì, devo presenziare alla conferenza mondiale sui portoni blindati". [L'aggettivazione è fondamentale: utile seminare qua e là parole come necessario, imprescindibile, improrogabile, doveroso]
Fatto ciò, nessuno avrà sufficienti margini di discussione per avanzare pretese.
In quale punto del programma il mio piano perfetto per la dissoluzione temporanea dei rapporti sociali abbia fallito, non saprei dirlo. O dev'essere perfezionato in qualche parte, oppure - come per ogni cosa - serve il momento giusto (che di solito sta subito prima e subito dopo quelli sbagliati).
Quello era, in effetti, un momento sbagliato. Ma tuttosommato ho fiducia nella vita ascetica. Credo in un mondo dove il cellulare può ancora essere spento senza causare crisi di rigetto o paranoie esistenziali sul con chi/come/dove caspita eri.
A volte penso a come era bello quando, nelle ere cosmiche precedenti (ma bastano 15 anni fa), stare fuori casa significava rendersi invisibili ai radar della statistica mondana. Nemmeno me la ricordo quella preistoria lì, son cresciuta nel più pieno bazar mediatico.
E adesso, a pensare che il videotelefonino (poveri noi inventori di inutensili) costringerà a pettinarsi pure prima di chiamare, mi manca un po' il buon vecchio antiquato anacronistico sacrosanto beneficio del dubbio.

Espirato da gen | 00:24 | commenti (5)






mercoledì, marzo 09, 2005

Sono come tu mi vuoi
(o almeno ci si prova)

Il guaio con la gente è che sai quasi sempre cosa vuole.
Vuole che studi, ti laurei, trovi un lavoro o te lo inventi, prima o poi ti sposi, un tris di figli e la casetta in Canadà (no, questa è tua madre). Vuole tenerti nel palmo della mano, riordinarti i vestiti e le idee. Vuole che tu stia bene, però mica ci vive nella tua pelle. Nessuno subaffitta il tuo camera-cucina-cuore-anima-cervello-postoauto neanche per cinque minuti consecutivi: può farci un salto ogni tanto, di sfuggita, quasi per astrazione, ma trasferirsi in te tutta la vita è ben altro paio di maniche.
Anche perché si sta stretti, tipo "due cuori e una capanna", solo molto più claustrofobico. Te l'avevano detto che non potevi traslocare. Contratto a vita. Che non hai firmato tu, ma fa lo stesso.
In ogni caso, uno tende a essere (che ci creda o meno) come gli altri vogliono che sia, altrimenti tantovale comprare un eremo in cima al Gennargentu e vivere momenti felici con le pecore del vicinato.
Il guaio è quando non trovi due persone che vogliano lo stesso Te.

Andare via = scappare?
Sparire = spararsi?

Presto o tardi partirai, l'hai promesso a TeStessa [oh oui] e a tutti gli altri. Non che ti abbiano presa molto sul serio, in fondo. Alla fine nemmeno quella stronza di TeStessa. Sono le cose che si dicono per fare i fighi al bar: c'è chi ha il cellulare con la fotocamera integrata e ne parla come fosse un figlio (hai visto? ha fatto il video! nghé nghé, di' mamma, mam-ma, m-a-m-m-a) e chi, invece, ha i grandi sogni coi controcazzi. Quelli che tieni chiusi a chiave in un cassetto, e meno li mostri in giro meglio è. Casomai a qualcuno venisse in mente di sputarci sopra.

È che se hai (già/solo/ancora) vent'anni e ti poni delle domande formulate malissimo, per forza non trovi le risposte. Le hai perse altrove insieme al tempo che sprechi a masturbarti la scatola cranica, erano attaccate allo stesso mazzo di chiavi.
E un mal di testa da 100 kg piantato nel cervello risulta tutto ciò che hai cavato stanotte dal buco.

Espirato da gen | 03:52 | commenti (14)






mercoledì, marzo 02, 2005

La sacca nera del pastore
[Colgo una sigaretta dal mazzo]

Uno alle 3 di notte, quando torna a casa dopo una serata in cui non s'è dato neanche troppo da fare con le sostanze stupefacenti, e chiama l'ascensore, si aspetta che si apra e sia perlomeno vuoto. Invece no.
Buio nell'androne di casa, ore 3, sabato notte: chiamo l'ascensore.
Che arriva e si apre.
Svelando una sacca nera. Enorme. Chiusa.
Altamente sospetta.

Prima reazione. Infarto fulminante.
Seconda reazione. Oh Cristo.
Terza reazione. Che ci sia un cadavere, dentro?
Pensare a possibili cadaveri chiusi in sacche nere di norma non è il mio primo pensiero, né tantomeno il terzo, ma cercate di capire la situazione: 3 di notte, pieno possesso delle facoltà mentali, buio, silenzio.
Comunque io e la sacca nera ci facciamo insieme i sette piani che ci separano dal mio pianerottolo, dove io terrorizzata resto a guardarla fisso cercando di intuirne il contenuto (ossa?), spiaccicandomi il più possibile sulla parete opposta alla sua, e lei - in tutta risposta - non si muove.

Pensiero. Se è un morto ammazzato almeno è morto sul serio. E in pieno rigor mortis, a giudicare dalla rigidità.
Scendo sul pianerottolo e rimango 5 minuti a scrutare la sacca nera, in attesa che l'ipotetico assassino chiami l'ascensore per riappropriarsi del corpo.
Tutto tace. Sì, perché è normale che la gente alle 3 di notte dorma. Non così normale invece scordare una borsa di dimensioni e peso (come ho avuto modo di sentire a un'attenta analisi del reperto) disumani.
Dopo quei 5 minuti di angoscia, capisco che il possessore latita.

Pensiero. Potrei essere la testimone-chiave in un'indagine per omicidio. Tantovale controllare.
Porto in casa la sacca nera. Ora sì, proprio pesante. La appoggio al muro e passano altri cinque minuti di indicibile affanno prima che mi decida ad aprirla. L'immagine di un uomo fatto a pezzi non è l'ideale per andare a nanna sereni.
Prendo fiato.
Un passo avanti, spalanco la zip.

Pensiero. Oh Dio. Oh mio Dio. Mioddìo.
Lo spettacolo che mi si spalanca davanti purtroppo non ha nulla a che vedere con individui caucasici sui trent'anni d'identità ignota.
È una tastiera della madonna. Yamaha con tanto di schermetto, mille funzioni, possibilità di registrazione delle basi. Valore stimato all'acquisto: 600 euro. Senza adattatore, però.
E dico tastiera della Madonna non a caso: inclusi nel prezzo, un elenco di accordi per canti che il possessore deve aver suonato in chiesa un mesetto fa.

Pensiero 1. Ma come cazzo si fa a dimenticarla sull'ascensore?
Pensiero 2. Forse voleva lasciarla apposta lì.
Pensiero 3. Forse è rotta.
Pensiero 4. Se uno vuole buttare qualcosa, lo fa nell'ascensore? Assieme a una sacca praticamente nuova?
Pensiero 5. È una tastiera demoniaca.
Per la cronaca, a una settimana dal ritrovamento il proprietario non s'è fatto sentire. Il che alimenta la leggenda.
Nel frattempo, in casa mia sono successi strani fenomeni paranormali.
Domenica mattina il cellulare è impazzito del tutto: ha cominciato a comporre da solo una sequenza di 6. Prima 666, poi altri due 6. Giuro, non sto scherzando.
Negli ultimi due giorni si sono fulminate ben 3 lampadine: in cucina, in salotto e nel corridoio. A distanza di un giorno l'una dall'altra. Mi cada la testa se non è vero.

Non so che fare. Se sbarazzarmene, farle un esorcismo o tenermela. Per ora, finché non la reclamano, sta qua.
E il bello è che io, la tastiera, mica la so suonare.

Espirato da gen | 23:35 | commenti (13)