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(in altre parole: l'ho scoperta anch'io ma non ho capito a cosa serva?)




















































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giovedì, febbraio 24, 2005

Hai un momento?
Ehi, Altissimo Levissimo & Purissimo, mi senti? Ci sei, lassù? Mi ascolti?
Mi hai mai ascoltata?
Forse non abbiamo mai parlato seriamente, io e te. Intendo, delle cose davvero importanti.
Di come va la vita. Di come funzionano questi maledetti ingranaggi. O di come diavolo ragioni (e scusa il gioco di parole).
Ti ho cercato, qualche volta, ma ero più giovane: mi dicevano cosa dove fare, come dovevo pensare. Mi hanno insegnato l’etichetta e le etichette da appiccicare al mondo: i colori, le parole, gli aggettivi.
E poi, prima che fossi in grado di astrarre e ponderare su cose da nulla come l’infinito e la morte, mi è stato detto di credere in te. I miei genitori. Il crocifisso in classe, sempre piantato sulle nostre teste. Una catechista coi capelli grigi e l’alito fetente, che ci dava compiti per casa (disegnare su un foglio bianco le parabole del Nuovo Testamento). L’ho sempre odiato, il catechismo.
Ti ho cercato un paio di volte, quando pensavo di averne bisogno. Non hai mai risposto. Dovevi essere troppo preso dai tuoi affari (creare nuovi mondi? punire l’umanità? far nascere bambini?), o forse ho solo sbagliato numero.
A quel punto speravo che fossi, come tutte le cose perse, nell’unico posto in cui non avevo guardato: dentro di me. Ma anche lì niente: un sacco di piani, idee, progetti per il futuro, però di ultraterreno neanche l’ombra. O forse eri solo troppo immenso per trovar posto nel monolocale della mia coscienza.
Nel frattempo incontravo persone che dicevano di averti sentito. Che eri come una cosa che non si vede ma c’è, eri nell’aria. Che forse eri l’aria.
E più parlavo con loro, più la tua assenza diventava seccante. Immagina di avere un amico lontano, e che questo amico lontano chiami tutti, per sentire come stanno, tranne te. Non lo troveresti un tantino fastidioso?

La questione adesso, però, è un’altra.
Qualcuno una volta ha detto: se Dio non esiste, ci fa una figura migliore. E proprio qui sta il punto.
Personalmente, un po’ per volta, me ne sono fatta una ragione: questo messaggio tornerà al mittente, cioè a me, per irregolarità nell’indirizzo.
Ma lo stesso ci tenevo a dirti che se esisti (come sostengono quaggiù), stavolta hai toppato.
C’è un signore che ha cinquant’anni, una moglie e una figlia di ventidue. Sta in ospedale, adesso. Dorme e non può più svegliarsi. Dormirà ancora e ancora e ancora, finché riposerà sul serio. Per quanti giorni, pare che sarai tu a deciderlo, nella tua eterna onniscienza.
Questo signore, manco a dirlo, non ha mai fatto male a nessuno. Tu, se esisti, di male gliene hai lasciato uno piccolo che poi è diventato più grande, dritto nel cervello. Non c’è stato verso di cacciarlo tutto (troppo grande e insieme troppo brutto), ma questo dovresti saperlo meglio di me. È rimasto lì a dormicchiare anche lui, zitto zitto, fino alla scorsa settimana.
Adesso forse è l’unico rimasto sveglio, in quell’anima che pian piano se ne va.

Tu dici che sogna?
Loro (i medici) dicono che almeno non soffre.
Io, dal mio piccolo, dico solo che non se lo merita. Ma tu, come sempre, lo sai meglio di me.
Se puoi riflettici un po’, fra un prodigio e l’altro.

Espirato da gen | 21:24 | commenti (18)






mercoledì, febbraio 16, 2005

Il futuro è nelle tue mani


“Il futuro è nelle tue mani”: scritta in pennarello rosso su muro. L’autore dev’essere un filosofo illuminato, di quelli che credono nel migliore dei mondi possibili e (cosa ancora più straordinaria) che sia proprio questo.
Senz’altro è una rivelazione: dare di più per ricevere gloria terrena a palate. Roba che la leggi e dici: «Oh perbacco, ma allora ce la posso fare anch’io in questo circo vizioso».
Sono bastate cinque parole per condensare l’intera ideologia della self-made people. Altro che capacità di sintesi, questa è arte concettuale.
Ed eccomi lì, con lo sguardo fisso sulla frase, e dalla finestra cominciano a scendere cori angelici e i primi raggi di luce divina. Epifania, trance. Inizio a capire perché sto facendo tutto ciò che sto facendo: perché lavoro gratis (ossimoro?), perché la spia della benzina si accende con una velocità sconcertante, perché non ricordo l’ultima volta che ho dormito davvero.
Per l’orgoglio, mica ciuffoli. L’onore. La gloria. Il rispetto.
In una parola, il futuro, proprio in queste mani che sanno di tabacco. E spero che non sia la sigaretta che tengo tra le dita, se no finisce che non smetto mai.
Che bella parola, “futuro”.  Ci vorrebbe un’agenda spessa come la Treccani per segnare tutto, da qui a cinquant’anni. T’immagini la Smemo “612 mesi”? Bel casino portarsela in borsa. Però sappiate che il 27 settembre 2036 non ho impegni, salvo imprevisti. 

“Il futuro è nelle tue mani”. Sono così presa dalla verità rivelata che quasi non mi accorgo di avere finito.
Mi alzo.
Su la zip dei pantaloni.
Tiro l’acqua.
Il bagno della biblioteca dopo un po’ diventa noioso. E poi, diciamocelo: mica ce le ho le palle, io. 

Espirato da gen | 22:49 | commenti (15)






mercoledì, febbraio 09, 2005


L'omino del tempo gioca con le lancette
L'omino del tempo gioca con le lancette

 Tempus fugit (?)
Corri, corri, ma che corri a fa'?

Stavolta niente riassunto delle puntate precedenti. Se vi chiedete come-dove-perché, sono stata sempre più o meno qui. 
Del passato remoto ricordo poco.
Nel passato prossimo (sabato scorso, per la cronaca), ho giocato a fare l'hippie, e la parte mi è riuscita piuttosto bene, mi ci sono immedesimata a tal punto da chiudere la serata in bellezza abbracciata alla ceramica. Cosa che, se non altro, ha reso il travestimento più credibile. E se poi nessuno si aspetta risposte intelligenti da una persona che non ci sta con la testa, tanto meglio.
Travestimenti. Alla fine il problema sta tutto lì.
Passo le mie giornate a inseguire qualcuno o a correre in un posto per poi dover inseguire un nuovo qualcuno o dover scappare in un altro posto, facendo di tutto per esaurire il sistema nervoso nelle 24 ore disponibili. 
Chiusa nella sala d'attesa del medico della mutua, stamattina, sentivo i soliti vecchi (tutti uguali) parlare di morte, peste, corna e altre malattie, e in quell'ora e mezza di puro godimento ho dovuto chiedermi se anch'io sarei finita così. A parlare di malattie con perfetti sconosciuti. 
Sale d'attesa. Alla fine il problema sta tutto lì.
Del resto il domani è un concetto che mi suona estraneo. Attesa di che? Di chi?
Io non aspetto, rincorro. In sole 24 ore. Esaurendomi il sistema nervoso. 
E nell'attesa della fuga giusta, chissà, metti caso che succede davvero, prendo la rincorsa.

Espirato da gen | 19:59 | commenti (9)