Cat PowerJukebox (2008) Radio Virgin Italia[FM 90.90 a Torino] Eddie VedderInto the wild
Into the wild _ American Gangsters _ La promessa dell'assassino _ Io sono leggenda _ Ricomincio da tre _ Non ci resta che piangere _ Asso _ Non è un paese per vecchi _ Chicago _ Breakfast at Tiffany's _ 21 _ Next _ Oxford Murders - The Mist ___ Cloverfield _ Thank you for smoking _ L'uccello dalle piume di cristallo ___ Sogni e delitti _ 30 giorni di buio _ Shoot'em Up _ Profumo (storia di un assassino _ Sunshine
La connessione a Internet funziona quando vuole lei. Quindi quasi mai. Si piglia le sue libertà. E allora Freedom, per dirla alla Aretha Franklin. Libertà di. Libertà da. Facile dirlo in sere come questa, ma in silenzio, facendo attenzione a non svegliare nessuno. È appena un bisbiglio: fffreedom. Prendi stanotte, ad esempio: ho parcheggiato la Y10 sotto casa, su RDS passavano Always che, storcete pure il naso, puristi del rock e accademici della crusca musicale, resta una delle mie canzoni preferite. Toh. La cantavo, un attimo prima, attraverso strade sempre uguali d'asfalto sconnesso, sui rettilinei lunghi abbastanza da sgasare, a occhi chiusi. Uno spicchio di luna (come latte nel tè) e nessuno in giro. Ho staccato l'autoradio sulla strofa finale, giusto in tempo per godermi il pathos di when he holds you close, when he pulls you near, when he says the words you've been needing to hear. Il pezzo migliore. Spento tutto (musica, motore, quadro), siamo rimaste io e Via Filadelfia. Ah, e lo spicchio di luna ch'è come latte nel tè. Sono scesa piano dalla macchina - tacco sinistro, tacco destro - ho chiuso la portiera - sbam - con la chiave - clac - dopodiché sono rimasta ad aspettare. E l'unica cosa che ho sentito (e visto) è stata il mio respiro, dentro e fuori, di nuovo dentro e ancora fuori. Dei suoni superflui del giorno neanche l'eco. E allora mi sono messa a camminare, dieci minuti buoni, su e giù per il marciapiede, col freddo in faccia, anzi dappertutto, incastonato nel midollo. Ma felice. E se felice, felice di che? Del freddo, del silenzio, del buio, persino della solitudine. Ci dovrà essere sempre e comunque, per forza, un motivo? Il solo che canticchio adesso comincia con un'intro di batteria e poi fa: This Romeo is bleedin', but you can't see his blood, it's nothing but some feeling...
Sans souci, sans problèmes È una città che sembra costruita ad arte per essere dipinta. Persino la Senna è architettura. Architettura riflessa. Sotto i ponti di Paris galleggia un'altra ville lumière, alla rovescia, che - ritrosa e narcisista - si compiace di se stessa. E cammini fra i suoi boulevards, tirando ampi respiri che fanno entrare aria gelida e profumi distanti di retrobottega, cucina etnica e pasta scotta, pensando al rumore delle scarpe di Baudelaire prima ancora delle tue. Oppure più giù, sotto la sua pelle pulsante di luci e flash di giapponesi, dove altra vita entra ed esce da porte automatiche, attraverso il buio. Cuore, stomaco e cervello. La tua Notre Dame era pura sindrome di Stendhal: la corista in tunica blu, il vescovo di colore, fiotti d'incenso che uscivano da chissà dove e antri scuri macchiati di cera. Sei rimasta incantata a osservare i gargoyles sui cornicioni, aspettando che si sgranchissero gli artigli, tradendosi. Montmartre un sogno che non sapevi di aver fatto. E un ritratto: c'è scritto Paris 2005, e quella sei tu, o almeno così dicono. Il Musée d'Orsay: tutto ciò che hai amato nei libri di arte e un paio d'interrogazioni sono lì, a un centimetro dalle tue pupille, ma quanto vorresti scorrerci sopra le dita, sentire l'attrito delle pennellate sulla tela, percepire la fatica dei colori. Parigi è un segreto eterno nascosto dietro un ventaglio rosso, e ti bussa in testa a ogni falsa geometria, davanti ai tuoi sguardi ebeti e alla bocca sempre socchiusa. Dove t'innamori e perdi del tutto, per poi scoprire che ogni tuo pezzo dovevi cercarlo lassù, a 290 metri dal suolo. In punta di piedi. Le gambe stanche. La testa piena di lampioni, ponti, case, archi, palazzi, fanali. Dieci dita aggrappate alla rete. Più in basso una città i cui confini sfumano distanti. E tutto torna a posto, così in fretta da lasciarti un capogiro.
P.S. Consentitemi due parole e una bestemmia, da cuore a cuore: il nuovo splinder fa schifo. E - dalla padella alla brace? - non funziona. Quando capirò come si possono mettere le immagini centrate senza far sì che nello stesso post si ripetano in loop, i gestori della baracca verranno risparmiati. Ma sicché s'è fatto tardi, se ne riparla domani. Sgrunt.
Sedici anime belle si ritrovano nel monolocale affittato ad hoc, in uno sperduto (qualcuno direbbe "inculato") paesello di montagna, a un tiro e mezzo di schioppo dal mare. Ma l'unico mare che vedranno sarà vino, proprio come nei miracoli. Fusilli panna e prosciutto. Tortelli al sugo. L'immancabile salsiccia per mantenersi leggeri come piume. Musica anni '80 che totalizza due applausi, tredici fischi e un astenuto. "Ma 'sto Cabernet [1 euro e 70, con o senza Mastercard] fa proprio schifo", si sente ululare nella notte. Di necessità virtù. Giù giù giù. Risate.
Memorie lucide. M. che mi regala un paio di orecchini fatti da lei. Siamo sedute fuori, sotto un tetto di stelle. Racconta che nel 2015 la rotazione della Terra s'interromperà per tre giorni. Fa freddo abbastanza anche senza pensare a una notte di settantadue ore. La cassa di birre che un qui pro quo ci mette a disposizione. "Io le ho salite, non erano nostre?". Ma il terrore di una sparatoria fa tutti più buoni. Restituiamo il bottino. Freddo cane. E Irene in gonna. Freddo cane e neve. In mancanza di tv, sincronizziamo gli orologi, come rapinatori di banche. Vino rosso. Barbera-Cabernet-qualcos'altro. Lo sciacquone non funziona. "Hey, mancano quaranta minuti al duemilaecinque", "Non sono pronta non sono pronta non sono preparata oddio". Vino rosso. Ultimi cinque minuti, tutti fuori, ognuno pronto con la sua stellina nella mano congelata. Ancora due minuti, i primi fuochi d'artificio. "Merda, forse è già ora". Auguri, buon anno, un bacio, ciao bella auguri, altro bacio, un abbraccio forte, buon duemilaecinque. Tutti dentro, il primo chupito dell'anno è rum e pera, e guai a chi sgarra. Al mio tre: uno, due, tre. Glu glu glu. Due timide bestemmie. Buio.
Memorie stroboscopiche. Un giro in giardino, neve nelle scarpe. "Oh, come stai?" "Io bene, ma tu perché ondeggi?" Altro giro in giardino. Scivolo. Neve nelle scarpe e nel collo. "Spettacolo, non sento più il freddo". C'è una piccola discesa: il cellulare cade dalla tasca e plana con estrema leggiadria per cinque metri. Non c'è problema. La pendenza mi fotte, rotolo anch'io (letteralmente) fino ad abbrancare il cellulare fradicio ma ancora nel pieno delle sue facoltà. Al contrario di. Finché si tratta di scendere, okay. Risalire? Impossibile trovare un centro di gravità permanente. E allora facciamo "alla marine", gomiti e ginocchia nella neve, un po' soldatogein un po' Fantozzi. Auguri fatti a sconosciuti via cellulare. Tra cui il padre di qualcuno. "Caffè?" Sì sì, caffè. Col latte, ottima idea. Vino rosso in viaggio di ritorno. Proprio splatter. Buio TOTALE.
The day after. Ore 9 e mezza. Mi sveglio su una fila di sedie. Dove...? Non vedo una mazza. Gente che dorme dappertutto. Come la pubblicità del Nescafé. Punto primo: capire chi sono loro. Punto secondo: capire chi sono io. Fatto ciò, rilevo un freddo micidiale ai piedi, mistero risolto in pochi secondi. Sono fradicia. Vago sveglia a piedi nudi incapace di ricordare quando sono andata a dormire. Mentre mi scervello, accendo una sigaretta che sveglia tutti. [In seguito, la "strafatta" di cui sopra si farà raccontare nei minimi dettagli cos'ha fatto o detto e soprattutto perché ha un bernoccolo in testa. "Una craniata micidiale", sarà la risposta unanime]
Conseguenze sensibili. Lividi sulle ginocchia. Graffi vari sulla schiena. Ovvia inappetenza. Sonno. Dislessia. Come la pubblicità della Vodafone. Tutto gira intorno a me. Senza contare che domattina, alle cinque, parto per...
...lo saprete solo nelle prossime puntate. E nel frattempo "Bonne Année", en français.