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(in altre parole: l'ho scoperta anch'io ma non ho capito a cosa serva?)




















































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martedì, agosto 31, 2004

 Guarda meglio, sono qua
con tutto quello che vuol dire
sono pronto per metà
e per metà starò a sentire

Miss Mondo ‘99
(saranno lacrime d’amore?)



Tornare a casa, con tutto quello che vuol dire, ma pronta soltanto a metà, con la valigia piena da svuotare e souvenir incastrati stretti, (volenti o nolenti), messi lì alla rinfusa in ogni tasca libera.
V’interessa un conflitto d’interessi? Ne ho uno bello grosso, annata ‘99: conosce due lingue straniere, ha visto mari freddi, anfratti di roccia e soli notturni a nord di questa vita, la mia, e per quattro anni s’è iniettato lunghi silenzi e altrettanto interminabili distanze, per poi ritornare a due metri due voci due noi, sotto la musica assordante che batte nei timpani, o forse era soltanto il mio cuore in gola.
E
ciao, come stai?
,
domani un caffè?
,
dai, raccontami di te
.
Quattro anni e pochi minuti ore giorni per dirsi tutto: che volevi, che vorresti, che forse (ancora) vorrai. Però adesso (
un cappuccino, un caffè macchiato e un bicchiere d’acqua, grazie
) lo capisci meglio anche tu, che ogni verità può fare bene e fare male. O almeno credo.
Quanto tempo, vero?
Le parole non servono, non bastano, non saziano. C’inventiamo al volo un linguaggio, mentre la Terra scompare là sotto come un punto luminoso di raggi catodici concentrati, ed è una lingua che insegna a non parlare più del necessario, interpretare vibrazioni, luci, sfumature, l’aria mossa dalle mani e intorno quella immobile e curiosa che in fin dei conti non ha importanza, quando hai già scordato grammatica e sintassi.
Mi ricordo ancora il tuo profumo, sai?

Così ho fatto il pieno, e adesso eccomi qua: provo un atterraggio fortuito nella foresta di simboli e destini che ho sotto i piedi. Ligabue l’aveva già capito, a suo modo, e cantava:
Niente è più uguale
Kay è stata qui, Kay è stata qui
Niente più uguale sarà
Mai.
Magari succede: quando voli troppo in alto, dove l’aria è rarefatta e il cielo molto molto blu, dove la testa gira, fa un loop su se stessa, mille avvitamenti, e allora no, 70 km d’autostrada e un’ora in camera iperbarica non bastano per tornare davvero. O per tornare normale, ché la normalità è la tua vera e unica idiosincrasia, e non sai come ma niente di niente è tornato lì, semplice, netto, limpido come l’avevi lasciato. Tantomeno tu. Qui.


[Le distanze c’informano che siamo fragili]






















Espirato da gen | 17:27 | commenti (12)