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(in altre parole: l'ho scoperta anch'io ma non ho capito a cosa serva?)




















































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lunedì, luglio 19, 2004


Toccata e fuga in Sol
(La sosta ai box non è consentita. Esigenze di copione)



Disse il saggio Karr:
Non si viaggia per viaggiare,
ma per aver viaggiato.

E noi si viaggiò.
111 foto, di cui almeno 25 scattate da me in galleria, lo testimoniano.
Eccome se si viaggiò: con la Cinquecentocabriolè fino a Savines-Le-Lac (alias Savino), petit village piazzato sul Lago di Serre Ponçon. Balneabile ma gelido, perciò i soli a balneare erano tedeschi. Proprio come in Liguria, a maggio.
In effetti gli indizi fuorvianti ci sarebbero tutti: i bambini nudi, il negozietto di gommonimaterassinipaletteretinisecchiellicoccodrilligonfiabili, le barche. Io ho visto addirittura un gabbiano. In pratica, ci mettiamo un giorno intero a convincerci che non sia mare.

Et voilà, scende la sera color lavanda. Seduta su una roccia a pelo d'acqua, scrivo:

MAI STATA MEGLIO

Poi tutto un
gateaux cadeau bijoux merci-beaucoup ouais-c'est-ça au-revoir-madame.
E Je t'aime moi non plus, alla Serge Gainsbourg.

Quoi d'autre
?
[Vado in montagna due giorni per recuperare il rapporto con mia madre, e soprattutto i costumi da bagno. Parto, in entrambi i sensi. Più che una pace negoziata sarà un travaglio. Armi e bagagli già pronti.]

















Espirato da gen | 15:32 | commenti (28)






venerdì, luglio 16, 2004

Stelle in polvere su un cielo di carta carbone, tonight tonight.
Mi viene in mente una canzone da sussurrare. Ricordi fragili che riempiono i polmoni, sbriciolando il silenzio scoppiano in coni di luce, lungo strade affilate e pieni, e vuoti pieni di altri vuoti da disegnare con gli occhi.
Oppure è tutto dipinto in inchiostro simpatico.
Sono già stata qui, una vita fa. O poco più.
[La strada non c’entra, non questa strada almeno. E guido veloce]

Tu avvicinati. Lasciati respirare. Sai di brezza costante, di verdi che non ho mai visto, ma inventati chissà quante volte.
Sai di linee spezzate convergenti in un unico punto (interrogativo?), di rilievi invisibili, finti marmi di cotone.
Sono già passata da qui, l'anima stretta in un altro abbraccio. Ma quando? Sembra davvero un secolo.
[No, la strada non c’entra. C’è molto più di questo. Molto, molto più. E guido ancora veloce]

Carezze d’aria scivolano addosso attraverso il finestrino. È vapore tutt'attorno, di nuovo. Di nuovo i contorni lasciano soltanto una scia di déjà-vu. Ma sono cambiati i (miei) colori. La nebbia che c'era è una macchia pastello, l’asfalto una cicatrice che il tempo ha promesso di sbiadire.
Perché queste strade non c’entrano. Sono le stesse eppure no.
Gli uguali non esistono. Panta rei, tutto scorre. Gli alberi, il buio, noi.
Ci sono già stata, quassù, ma ogni cosa aveva un'inclinazione diversa. Sembra ieri, oppure un secolo molto compresso.
E guido sempre veloce. Sempre.
Troppo.


(Eppure. Le immagini raccolte in questi giorni si accumulano, dopo qualche ora son già fossilizzate. Quasi perse. Perdono profumo. E lucentezza. Collane di perle lasciate in un cassetto. Di Iggy Pop, del vivere stupito sull'erba, dell'acqua che luccica sulla pelle non posso più parlare. E partirò per un paio di giorni. Destination anywhere. Un sole stanco che va a morire dietro l'orizzonte a zig-zag. Altri porti, altre direzioni rapidissime. Ricomincia un nuovo giro. O salti sulla giostra o te ne vai. Poi, senza chiedere il conto, si ripartirà)
















Espirato da gen | 20:02 | commenti (11)






martedì, luglio 13, 2004

C'ho un piccì revolucionario
(e vedi come te lo sistemo, io)



Io e il mio piccì (o pissì, secondo la dizione speak-up) abbiamo avuto qualche divergenza d'opinione.
Traviato da un misterioso e altresì infame controllo ActiveX, da un giorno all'altro ha iniziato a fare i capricci.
«Che hai? Che c'è adesso? Che t'ho fatto?».
E lui: «Io questa pagina mi rifiuto di aprirtela. Tiè. Così imparerai. Sarò pure una macchina, ma ho i miei sentimenti. Ho le mie ragioni. E tu continui a calpestarli. Io faccio il lavoro, tu metti la grana. Mi sfrutti perché non ho un sindacato a cui aggrapparmi, ecco. Ma noi ci libereremo, noi ci approprieremo dei mezzi di produzione e vi faremo crollare».
Lo sapevo. Non dovevo lasciare "Il Capitale" di Marx vicino alla tastiera.
«Dai piccino (o PCino) - gli dico - ancora un mesetto e mi levo dalle scatole. Ti lascerò riposare. Ad agosto avrai le ferie come tutti, promesso. Un mese intero senza connessioni notturne. Su, metti una firmetta qui e dimentichiamo quello che è successo»
«...»
«Allora?»
«Prova adesso».
Convinta di averlo convinto.
«Non funziona», dico. Perché effettivamente non funziona.
Lui sghignazza. Capisci che il piccì sghignazza quando rantola, come se tutti i suoi circuiti se la ridessero sotto i cavi.
«Ti sembro forse l'ultimo dei pirla? Son quattro anni che ti sopporto. E adesso, guarda un po' che ti combino, "l'interazione con un controllo ActiveX è potenzialmente dannosa, impossibile visualizzare la pagina", ecco che ti combino, col beneplacito di questo nuovo amico mio che è ActiveX. Si chiama ActiveX come MalcomX mica per niente».
Provo a uccidere ActiveX.
ActiveX è immortale.
Lo sciopero dura una settimana.
«A mali estremi estremi rimedi», gli dico, accarezzando minacciosa i bordi di un cd, neanche fosse una sciabola.
«Che hai in mente? Mi fai ascoltare della musica krumira? Non mi avrai»
«Lo sai cos'è questo?»
«Ben Harper», mi fa, l'illuso.
«No, Bill Gates». Il piccì trema. Capisci che il piccì trema quando rantola. In effetti è difficile distinguerlo da una risata. Bisogna dedurlo dal contesto.
Infierisco.
«Sì, Bill Gates. Windows. Office. Quello che vuoi. Tutto nuovo di zecca. Ma prima sai cosa devo fare. Mi ci hai costretta, mi hai messa tu spalle al muro. Come recita lo slogan: un bel formattone e di' addio alla rivoluzione».
Urla. Il formattone no, il formattone no, il formattone no.
«E invece sì, il formattone sì, il formattone sì, il formattone sì. È inevitabile. A meno che...»
«Farò tutto quello che vuoi. Giuro e spergiuro»
«A meno che tu non apra l'editor di Splinder».
In realtà il fatto che abbia ceduto alle mie richieste così in fretta mi convince poco.































Espirato da gen | 22:39 | commenti (15)






venerdì, luglio 09, 2004



Un lettore mi scrive
:
Cosa resterà di questi anni Ottanta, afferrati e già scivolati via? Cosa resterà? E la radio canta una verità dentro una bugia.
Anni ballando Reagan-Gorbaciov, danza la fame nel mondo un tragico rondò. Noi siamo sempre più soli, singole metà, anni sui libri di scuola e poi a cosa servirà? Anni maledetti dentro agli occhi tuoi, anni bucati e distratti vittime di noi, anni rampanti dei miti sorridenti da wind-surf che sono già diventati graffiti ed ognuno pensa a sé, forse domani a quest'ora non sarò esistito mai e i sentimenti che senti se ne andranno come spray. Anni veri di pubblicità, ma che cosa resterà? Anni allegri e depressi di follia e lucidità, sembran già degli anni Ottanta per noi quasi ottant'anni fa. Lo chiedo a lei: cosa resterà? (Raf '59)

Carissimo Raf '59,
innanzitutto mi scuso per il ritardo. Sospetto che la tua lettera si sia persa per strada: il francobollo col faccione conservatore della Thatcher non m'inganna.
E poi, lo confesso, se anche fosse arrivata prima non avrei saputo che risponderti. Uno a sei anni ascolta i Be-Hive di KissMeLicia, le Holograms di Jem con la chitarra elettrica rosa (provo sempre un'emozione quando canto una canzone oh-oh-oh). Al massimo Gianna Nannini, sognando romantici amori affetti da meteorismo (v, camere a gas) e baffuti muratori biondi palestrati presumibilmente gay. Uno a sei anni confonde i duranduran coi Pooh, e se avesse potuto scegliere avrebbe salvato solo i Queen, ma non aveva la vocazione dell'eroina. Del resto, di quella tout-court, ne avevano già abbastanza.
Il 7 luglio 1984, al primo posto della Hit Parade Italia spadroneggiava "Relax don't do it" dei Frankie goes to Hollywood.
Ti rinfresco la memoria:
Relax don't do it
When you want to go to it
Relax don't do it
When you want to come
Relax don't do it
When you want to suck to it.
(Posso mandartene la traduzione su richiesta)
Io continuo a vergognarmene, neanche fosse colpa mia. Immagino quanti concepimenti mostruosi abbia ispirato e mi prende uno sconforto desossiribonucleico. Forse le varie britneispirs e cristineaghilere della nostra generazione sono un modo per espiare quel peccato originale.
È una possibilità.
In ogni caso, come dicevo, non avrei saputo come consolarti. Anzi, pregavo che non tornassero. Tutti quei capelli terribili, i jeans al costato, la musica elettronica, i rossetti unisex, i balli punta-tacco-tacco-punta, tutto doveva sparire, essere dimenticato, archiviato. Era il medioevo, era il trash che si crede glamour, era Craxi coi suoi conti taroccati, erano i baci di Andreotti, era la coca di Maradona.
Per un po' ci ho creduto. La radio tentava di convincermi del contrario, ma resistevo.
Poi
sono salita sul pullman e con me un clone di Jo Squillo col trucco pesante e l'acconciatura cotonata.
Che fosse soltanto un episodio? Ho avuto paura, ma m'illudevo. Se esci vivo da una tragedia del genere, che bisogno hai di ricacciartici?
Poi hanno resuscitato i Cure: stesso trucco, venti chili in più.
Poi Boy George (che del boy aveva molto meno della De Filippi) è tornato di moda.
Poi son saltate fuori le scarpe verdi e rosa.
Paura che diventa terrore.
E allora te lo posso dire, caro Raf '59, gli anni '80 stanno tornando. Per la gioia di tutti i mariti che vogliono mettersi il mascara della moglie e per tutte le mogli che non hanno mai buttato via i bikini ascellari.
Spero che nel frattempo tu non ti sia suicidato ingoiando "Bleach" o "Nevermind".
Fammi sapere.































Espirato da gen | 15:09 | commenti (23)






mercoledì, luglio 07, 2004


E adesso soffia

Perché a vent'anni è tutto ancora intero
Perché a vent'anni e tutto chi lo sa
A vent'anni si è stupidi davvero
Quante balle si ha in testa a quell'età.

(Citando chi già cita)

Un pomeriggio. Avevo quindici anni, sembra una vita fa. Sotto questo ponte tibetano (con queste scarpe / su questa terra che dondola dondola dondola) di acqua ne è passata. Acqua sporca, acqua cheta, acquavite. Acqua salata, acqua frizzante, acqua distillata.
Quel pomeriggio ho solo immaginato come sarebbe stato averne venti. Le prospettive, i cambiamenti, le rughe d'esperienza sulla fronte. Facevo spesso di questi svolazzi pindarici.
Ecco, non ho azzeccato una virgola.
Resto la stessa.
Beh, sono cambiata per forza. Ho visto/fatto/detto cose, affrontato problemi, risolto magagne. Ma i significati mi sfuggono quasi come prima, e avrò depennato tre o quattro perché dalla lista, non di più.
Sono la stessa, quella che a vent'anni-meno-mezz'ora si convince di non aver approfittato abbastanza della teen-age, mette su un vetusto cd dei backstreetboys
e spera che basti a rallentare la roulette sul 19. Poi stacca tutto. Non li regge più i backstreetboys. Non ha più l'età, per amarli, non ha più l'età.
Ormai va per i trenta. È scritto sul prossimo checkpoint. E non scordiamo tutta la sfilza degli -anta, perché agli -ento mica ci arriva.

Sette luglio. 7/7. La sveglia che suona alle 7, un esame da dare.
Arriva la pioggia.
Arrivano i primi essemmesse. Il Poeta è recordman in velocità.
Arriva un 24 sul libretto. Arriva la stanchezza dello stress che si lascia andare.
Arrivo a casa contenta, e sono le ore 13 dei miei vent'anni precisi precisi.
«Mamma, lo sai che oggi è il mio compleanno, vero? Qualcuno ti ha avvertita
«Sì, lo so».
I suoi auguri non arrivano nemmeno con un cross, per il secondo anno consecutivo.
Evidentemente il parto non implica un contratto d'amore materno a vita. E fa malissimo scoprire (due volte) che è scaduto tanto in fretta.
Come quelle sbucciature sul ginocchio che ti fai da bambina: cadi, piangi e ti rialzi, riprendi a giocare.
Stavolta hai tolto le rotelle dalla bici (le rotelle che a lei mancano del tutto): finisci di credere alla favoletta dell'equilibrio perfetto e provi a crearlo da te, pedalando metro per metro, addirittura senza mani, finché anche la ghiaia e il fango e la discesa saranno diventati solo momenti su cui passare fischiettando.

È un compleanno su cui passare e
brinda al suo pendolo ed al suo din-don.
Balla la ballerina del carillon.
(Ligabue)































Espirato da gen | 19:02 | commenti (23)






giovedì, luglio 01, 2004



Caldo
Caldo
Caldo
Caldo
Caldo
Caldo
Caldo

Caldo record
I meteorologi: non si vedeva un'estate così calda dall'anno scorso



Dovrei essere al mare, spalmata sul bagnasciuga. A far castelli di sabbia. A distruggere a calci quelli della concorrenza. Con la crema solare protezioneminima su ogni centimetro della pelle, eccezion fatta per la schiena.
Infatti, dopo la cura intensiva di raggi UVA, ci ritroverei una bella scottatura a forma di carapace, calda, puntuale, quasi rassicurante.
Anche l'insolazione è un rito.
D'altronde non me lo merito, quest'anno sono stata cattiva.
La triste realtà dei fatti è che Torino, mannaggiaàllei, non ha il mare. E anche se avesse il mare non sarebbe una piccola Beri. Sarebbe Torino Marittima, roba da minare il turismo ligure alle fondamenta.
Mentre aspetto che l'effetto serra sciolga i ghiacci, bevo 10 litri d'acqua al giorno, e ormai ho una diuresi tanto veloce da sfiorare l'incontinenza. E faccio docce gelate che neanche il ragazzo dal kimono d'oro in meditazione.

«In ultima analisi, professoressa, Merton o non-Merton, prevedo che le dieci-quindici molecole d'aria che oggi hanno raggiunto il cervello non saranno sufficienti per passare il suo esame»

(Senza contare il concerto heavy-metal che è appena iniziato sotto casa mia)






















Espirato da gen | 21:33 | commenti (22)