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(in altre parole: l'ho scoperta anch'io ma non ho capito a cosa serva?)




















































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lunedì, aprile 26, 2004

Messaggio di[s]servizio
Volevo farvi sapere che sto bene. Il mio computer no: stroncato da infarto fulminante in una tiepida notte d'aprile. È in lista d'attesa per un trapianto di alimentatore, ma ancora non sappiamo quando il Dottor Schulz lo dimetterà.
Nel frattempo mi aggrappo a qualsiasi organismo tecnologico pulsante. Sono a lezione, l'unico pc disponibile rantola di vecchiaia e devo essere breve per non rischiare righellate sulle dita.
Nelle prossime puntate:
-Bologna mon amour
-l'erba del Valentino è sempre la più verde.
Scappo.








Espirato da gen | 16:24 | commenti (12)






domenica, aprile 18, 2004



Stazione di Porta Nuova, 19 ora locale.
Sono qui perché voglio partire, ma non partirò. Del resto con lo zainetto blu serie "viaggiatore minimalista" non inganno nessuno, immaginazione a parte.
Mi lascio ipnotizzare dall'orario delle mie non-partenze. Una tazzina tra pollice e indice. Incroci di passi sul pavimento vissuto, pochi scambi di sguardi diretti. Saluti. Raccomandazioni. Corse disperate. Patchwork di valigie.
Dlin dlon. Lo speaker biascica qualcosa. Dev'essere il mio non-treno, sono in non-ritardo per il biglietto. Durata della corsa variabile, il tempo di mandare giù il caffè della stazione e conoscere qualche interessante non-compagno di scompartimento.
«Dove vuole andare?»
«Faccia lei, ho fretta, sto perdendo un non-treno»
«Vuole non-andare a Venezia?»
«Sì, Venezia va benissimo. San Marco, i canali, tutti quei piccioni famelici...»
Lungo binari silenziosi come promesse, una coppia si divide. Lei sale a fatica, lo guarda da mezzo metro più in alto, la guarda anche lui, si guardano abbozzando un sorriso speculare che confessa tante cose. Schiocca un bacio e rimane sospeso nell'aria prima che lui possa acchiapparlo al volo e dire: «Chiamami quando arrivi». La porta si chiude per separarli in uno scatto crudele.
Chissà perché sono convinta che fosse quello, il mio non-treno, che non ho perso perché di non-partenze ce ne sono in continuazione. Il caffè è finito, dato anche l'ultimo saluto alle conoscenze furtive.
«Visto che partite tutti per un posto bellissimo, speditemi almeno una cartolina».
«Tu che fai, resti?»
«Sì, ho il biglietto scaduto, devo non-ritornare».
Rifletto già di sfuggita attraverso il corridoio, tra gambe frenetiche e tuoni di trolley.

Tutto chiaro, no?



















Espirato da gen | 21:32 | commenti (21)






giovedì, aprile 15, 2004



Caffè e sigarette
Come dire Gianni e Pinotto, Stanlio e Ollio, Salandra e Sonnino, Al Bano e Ro Mina, Dott. Jekyll e Mr. Hyde, Diabolik e Eva Kant, Simon e Garfunkel, Pavarotti e Friends, Confusa e Felice.
Qualsiasi fumatore potrà confermarlo: ordini un caffè con la testa già all'accendino. È automatico, è psicologico, è nevrotico. I no-smokers non possono capire. (Buon per loro).
Così sono andata a vedere Coffee & Cigarettes, film dove il fumo passivo traspira attraverso gli occhi e vien voglia di accendersene una dietro l'altra. La sala vuota, fatta eccezione per noi tre (rapporto di tabagisti 1:2) e una coppia di attempate signorine dall'aria british (più consone ad altre proiezioni, Early Grey Tea & Caramelle Balsamiche per esempio), che sussultavano visibilmente ad ogni "Cazzo" e "Vaffanculo" della sceneggiatura.
Poco importa che il caffè all'americana, servito in un caraffone d'acqua sporca a cascata, sia ancora meno appetibile in bianco e nero, e più che richiamare una sigaretta ti faccia venir voglia di sciacquare la bocca col colluttorio.

Uscita dal cinema, mi sono infilata nel primo bar. Ho chiesto un caffé, un po' delusa da tutti quei colori superflui e soprattutto dal fatto che a portarmelo, al posto di Steve Buscemi, fosse un'anonima cameriera mezza sorda. Dubito che sotto le rughe e gli occhiali rossi si nascondesse Bill Murray.
E dopo il caffè, la sigaretta. Sinuosa. Calda. Anestetica. Accogliente. Velenosa? Velenosa. Ma buona del sapore diverso di tutti i centimetri empatici fumati con lo sguardo in un'ora e mezza di cinema.

Gen - nel caso non si fosse capito - aspira ad essere così:













Espirato da gen | 20:43 | commenti (15)







Pastelli a cera

Tira un'aria strana, a Ca' Genevris. Un'aria di assestamento. La quiete dopo la tempesta, l'ultima scossa di un terremoto, e tutte le altre metafore pindariche che vi vengono in mente. Voglia di seminare in conflitto con la necessità di mietere il raccolto finché si può. Chi si ferma è perduto? Non mi sono fermata, continuo a nuotare: ho nuovi punti fermi a cui ancorare lo sguardo, per oppormi alle correnti cattive pronte a trascinare ogni piccola conquista sullo sfondo. Nella tavolozza dispongo colori pastello che coprano i bianchi, i neri e i grigi del paesaggio.
Bertold Brecht (uomo noioso ma peraltro saggissimo) una volta ha detto: "
Quando ci si trova davanti un ostacolo, la linea più breve tra i due punti può essere una linea curva".

Di ostacoli da aggirare ce ne sono ancora. Ce ne saranno sempre. Una madre che ti disprezza cordialmente, per la quale sei una ciambella uscita dal forno senza buco. Qualche sbadiglio, un pugno di lacrime davvero amare lasciate sul cuscino, sogni di cui mi dimentico ingoiando biscotti, continue stoccate all'orgoglio e tagli ricuciti in fretta col filo spinato. Faccio ancora progetti crudeli, ma mi costringo a non realizzarli: un giro nel parco e quattro calci ai sassi sono la mia linea curva. Mentre chiudo gli occhi, sdraiata sul prato, le braccia e le gambe distese, sento solo il profumo dell'erba appena tagliata.





Espirato da gen | 02:02 | commenti (4)






lunedì, aprile 12, 2004



...When you're young and so in love as we
And bewildered by the world we see
Why do people hurt us so
Only those in love would know
What a town without pity can do...

Piccola città bugiarda
Voglio raccontarvi la storia di un paese inventato (o forse no) dove la gente, sbadigliando nella seconda noia di una seconda casa, ha perso ogni aspettativa. Di come in quel paese tutti i pieni siano vuoti, i volumi portati al minimo per non sentirne il silenzio urlato. Di strade lastricate da pessimi ricordi, di occhi cattivi, di risate contraffatte, di muri corrosi da rimorsi e rimpianti che nessuna pioggia può lavar via. Di sguardi che hanno voci stonate, un sapore rancido che rovescia lo stomaco.
Ti basta far due passi nel mezzo, senza ripari, per ritrovare il suo pulviscolo vischioso addosso, dappertutto: soltanto allora capisci a pieno perché da mesi non volevi tornare, perché se ci ritornerai sarà per imposizione, perché quell'atmosfera ti dà una nausa prepotente.
L'imperativo è correre.
Dimenticare il male indelebile che ti ha lasciato dentro, una notte d'inverno in cui nevicava forte.
Pensare che non sia mai esistito niente di tutto ciò, nulla che a distanza di anni ti possa ancora schiantare così.
Cancellarlo dalla cartina, dal cervello.
E purtroppo, giusto adesso, hai capito un'altra cosa: non è chiudendo gli occhi che ce la farai. Per assolbire i colpi li devi spalancare. Fa un male sordo e rimandi e resti sveglia meditando vendette e non ne hai la forza e scappi, scapperai sempre. Giri al largo.
È l'unico modo. Per affrontare quel posto avresti bisogno di più coraggio.

E Radio Flit ancora spruzza il suo veleno
fatto da chi non riesce a farsi i cazzi suoi
c'e' chi la spegne e chi si sintonizza bene
o sei uno di loro o sei quello che tu vuoi
Gente persa in una
piccola citta' eterna
piccola citta' testarda
piccola citta'
che chi si muove di qua?

























Espirato da gen | 18:20 | commenti (6)






sabato, aprile 10, 2004

As my guitar lies bleeding
Cos'è che brucia di più adesso? Stomaco o cuore? Taci, per stavolta. Sei un organo sopravvalutato, ecco cosa sei.
Era una critica. Soltanto una critica. Che voleva essere costruttiva e ha ottenuto di buttarti giù. Tu continua a ripetere «E allora?» per fingerti intoccabile, la maschera in cui bene o male hai finito per credere. Bambola di cristallo, quelle sono lacrime condensate sotto la superficie.
A volte mi chiedo dove sei, per davvero. Ti concentri sul "come" e lui chiede "dove". È stramaledettamente difficile da spiegare, vero? Agli altri a loro a voi. Non va mica sempre liscia. C'è chi preferisce contemplare le tue ferite, non per sadismo bensì convinto che sia quella l'unica parte vera, tutto il resto uno scarto di produzione luccicante ma irreale, un paravento sbiadito di qualcosa che fatica a venir fuori. Magari sei solo stanca di provarci. O forse stai bene sul serio, non hai nessun veleno da succhiare via. Non significa che tu sia finta, sei e basta, cambi costantemente musica, inquadrature, obbiettivi. Tenti un equilibrio che, per la prima volta, hai paura di sconvolgere. Visti i precedenti.
Allora perché prendersela così, per un commento? Quale punto debole ha colpito? Non sapevi neppure di averne ancora uno.

I can't write a lovesong the way I feel today

Non posso scrivere una canzone d'amore nel modo in cui mi sento oggi


And I can't sing no songs of hope, I've got nothing to say

e non posso cantare canzoni di speranza, non ho nulla da dire


Life is feeling kind of strange,

La vita sembra un po' strana


it's strange enough these days

è strana abbastanza in questi giorni


I sing this song to you wherever you are

Canto questa canzone per te, ovunque tu sia.
















Espirato da gen | 20:12 | commenti (5)






venerdì, aprile 09, 2004


[2.8 Ha voluto la bicicletta e adesso, giustamente, pedala]


L'onanismo cerebrale non è peccato
Bisogna ammetterlo: Telecom De Rienzo, l'attore omonimo di una compagnia telefonica che non citerò per schivare pubblicità a buon mercato, ha fatto il suo dovere. Spesso basta un buon film per infilare qualche sorriso tra gli imprevisti di un giorno sfigato. Non avrete nessuna recensione postuma, mi mancano voglia, forza e spirito d'iniziativa. Stacco l'ultimo prezzo affibiandogli un otto in condotta registica.
Tant'è.
Oggi ho pedalato per chilometri col miraggio di un cono albicocca & fiordilatte. Visto cose che voi uomini non potete neanche immaginare. Le tecnologie giovanili wap gprs mms, che il rapporto qualità-prezzo determina difettose, sono di nuovo in mio potere. Ho persino salvato una novantenne da morte certa poiché, nonostante sia allergica alla summa pantaloncini/foulard/bastone/calze da pastore maremmano, sotto sotto sfoggio un'anima scout.
Ed ecco che, nell'istante stesso in cui mi fermo a pensare, valutare e soppesare, ci ricasco. È la solita questione, il sentore della trasparenza. Di non riuscire a dire/fare/baciare/lettera/testamento tutto ciò che vorrei. Allora sorgono i dubbi, e non solo ad est: da ogni direzione. Dubbi a catena dal futuro, dal presente che in un attimo è già passato, e da un passato che non potrebbe essere più presente di così.
Per decidere cosa vorrei diventare dovrei prima quantomeno capire cosa sono adesso, e imbroccare quei maledetti perché. Peccato che l'autointerrogazione mi trovi impreparata sui concetti basilari. Un 4 sul registro e non se ne parli più? No, posso fare di meglio: sono intelligente ma non mi applico. È tutta una tattica di psicologia perversa per depistarmi.
Così, in una serata scura aggrappata a brandelli pseudoesistenziali, ci ritroviamo nella sua macchina.
«Tu credi che siamo dei giocatori di serie B?»
«Esatto, giocatori. Il problema è che non ho capito quale sia il mio sport». Sto ancora cercando la mia forma.











Espirato da gen | 01:50 | commenti (8)






mercoledì, aprile 07, 2004


[2.7 Fedele diapositiva del mio stato intellettivo disturbato]


Un ruggito vale più di mille parole (parole parole)

No, non è andata bene, ho consegnato il compito in bianco, tolte un paio di risposte (sbagliate).
Sì, la prendo con filosofia, così come sopporto il fatto di aver perso il cellulare. Di nuovo.
No, hai ragione, l'altra volta me l'hanno rubato, c'era almeno una punta d'eroismo.
Sì, forse è caduto dalla tasca mentre pedalavo.
No, son dieci minuti che la voce del 190 mi piglia per cretina: "Ancora un momento e saremo a sua completa disposizione. Shut up shut up". Nelle politiche aziendali Vodafone il concetto di momento è un attimino dilatato. Al call center si staranno abbuffando di pizza e l'unica telefonista rimasta, la più sfigata di tutte, quella senza amici ma in compenso piena di brufoli, usa la sua postazione per chiamate intercontinentali all'amico neozelandese conosciuto in chat, che non l'ha mai vista ma crede ciecamente nel colpo di fulmine.
E intanto io sto qui, e aspetto. Aspetto. Shut up, shut up. Odio i jingle. Shut up.
Sì, un fatto positivo in tutto ciò ci sarebbe: ho giocato bene a calcio. Ma siccome sono una donna anche questo è un vanto relativo. Anni e anni di femminismo mi permettono il lusso di bighellonare in porta. [Mary Quant, Eva in minigonna, capostipite revolucionaria del gentil sesso, l'avresti mai detto che saremmo arrivate a tanta audacia?] 
No, non ho ancora finito di lamentarmi. Posso andare avanti a oltranza. Smetterò di sbrodolare incazzatura solo grazie al cinema, ammesso che Libero De Rienzo e il background torinese non mi diano la stoccata letale, nel qual caso tornerò qui, universitaria fallita e tecnologicamente retrograda con qualche livido sugli stinchi, a reprimere meritatissime bestemmie.











Espirato da gen | 21:05 | commenti (12)






martedì, aprile 06, 2004



"Three is a magic number, yes it is, it's a magic number". Che poeta pitagorico, Jeff Buckley.
Ma la regola cade in almeno due casi [non ne ho trovato un terzo che chiudesse il cerchio]:

1. Menage à trois, meglio noto come "piede in due scarpe", dove il vertice A del triangolo isoscele ABC conduce una doppia vita a insaputa dei cateti. Il teorema Zero avvalora la tesi del fallimento dicendo, appunto, «Il triangolo no».
2. Compresenza di tre esami scritti in tre giorni. Il fatto che la perfezione si ripeta due volte comporta una sfiga doppia. Infatti ho voluto esorcizzare la geometria non presentandomi al primo appello. O meglio, lunedì alle 9 (3 per 3) ero puntuale in aula 36 (3 per 12). Altrettanto puntuali professori ed esaminandi, ma in un'altra aula, su cui la mia rimozione ha lavorato alacremente. Inchinatevi, ecco a voi la regina delle deficienti.
Il secondo appello è andato, ma non si sa bene dove. Tant'è che sono stata l'unica su trecento (3 per 100) a ricevere il cartellino giallo: «Signorina, è inutile che stia voltata a chiacchierare, si giri». Forse avrei dovuto piazzarmi in terza fila, invece che in prima.
Quanto all'ultima fatica, ne riparliamo domani. Vi preannuncio "scintille e torbidi prodromi".
E viva Platone.









Espirato da gen | 22:08 | commenti (4)






lunedì, aprile 05, 2004


...Non sono cattiva, è che mi disegnano così...



Il
buono
, il cattivo e l'ibrido
Come diceva Brian Jones qualche giorno fa, da piccoli sembra tutto più semplice.
Come in un lungometraggio Disney, i buoni sono belli e simpatici, i cattivi brutti e spocchiosi e col sopracciglio circonflesso. In più, perdono sempre. Se nasci cattivo devi esserne cosciente: qualunque cosa farai non ti salverà da un'intrinseca vocazione alla sconfitta. È inutile che ti sforzi tanto per cambiare l'ordine costituito, vivi in un funzione di un predicozzo. Gli applausi dei bambini all'eroe, mentre per te, povero antagonista sottopagato, qualche sputo. Dovresti scioperare.
Ma il nostro Sceneggiatore non è d'accordo. Il manicheismo gli sta sulle balle, vuole confonderci le idee, complicare un po' il sistema. Lo sappiamo, poverino, si annoia da morire nel suo asettico ufficietto da impiegato statale.
Perciò crea dei mostri criptati.
I finti buoni, che cercano di venderti a rate un set di coltelli giapponesi spacciandoli per artigianato samurai, o due ostensori di San Mario Merola contro la stitichezza. Il finto cattivo per autodifesa, ché dovresti leggere sempre la sua biografia per non fartene un'opinione maliziosa. I cattivi cattivi, che bivaccano in Parlamento, evadono le tasse e hanno almeno quattro ville superflue (Cortina, Nizza, Rimini, Porto Cervo, varie ed eventuali). In ultimo - last but not least - i buoni buoni, che non fregano mai gli amici, cercano di pensare bene, passano gli appunti e sorridono spesso. La loro forza sta in quest'ingenuità spettacolare.
Cosa ci stia a fare una razza così aliena in un pianeta tanto perverso, sarà pane per Fox Mulder e collega.
La domanda è: esistono? Esistono, esistono. Solo che nessuno li chiama buoni: al massimo ingenui, tonti, sempliciotti, babbei. E non vincono mai.











Espirato da gen | 22:16 | commenti (4)






domenica, aprile 04, 2004



Lou, ti prego, cantaci "Perfect day". Solo una volta, adesso, una volta per tutte.

...Just a perfect day
problems all left alone
weekenders on our own.
It's such fun.
Just a perfect day,
you made me forget myself.
I thought I was someone else
someone good...


Vi prescrivo una ricetta
Ingredienti: le giuste dosi di sole e solitudine. Nessuno ha mai trovato la formula esatta, si va per approssimazioni. Una bicicletta lanciata nella folla. Bambini chiassosi, vecchi vestiti di saggezza, mamme in technicolor e padri in bianco e nero che si prestino a far da comparse. Prati verdi, palloni blu. Poche nuvole. Raffiche di vento per spostarvi indietro i capelli, e che vi riempiano i polmoni. Andate veloce perché è così che si deve viaggiare. Dipingete l'aria con profumi colorati, scegliete solo buone vibrazioni di rumore, isolate tutte le interferenze.
Con cautela (è materiale infiammabile) passate gli ingredienti nello shaker. Rovesciate l'impreparato in un flut di cristallo, tenetelo in caldo fra le dita, mandatene giù piccoli sorsi. Sdraiatevi su un prato per farlo scorrere meglio. È il giorno perfetto e sarà soltanto vostro.














Espirato da gen | 22:53 | commenti (2)






sabato, aprile 03, 2004


[2.3 "Water is my eye
Most faithful mirror
Feather's on my breath
Teardrop on the fire of a confession"
(massive attack - teardrop)
]


Doccia bollente. Colori sbiaditi dal vapore. Ombre amare sottopelle si sciolgono sotto una carezza, scivolano sul fondo, dimenticate. Echi di violino dal salotto. Sono in ogni goccia d'acqua. Traccio un disegno nitido coi polpastrelli. Inutile farneticare. Mi permetto un sorriso che nessuno vedrà.







Espirato da gen | 21:29 | commenti (5)







[2.2 Un re che se ne sbatte, del Galateo]



Elettroshock
Mi sento afona, dunque non mi sento. Sono un paradosso senza corrente, troppo stanca dell'inerzia da divano & cracker, di guardarmi allo specchio senza specchi davanti, ché a riflettere troppo ci penso già da me.
Tristezza, portami via.
Aspetto qualche segno di vita da Telefono e Campanello: non importa quale sarà il primo, basta che sia. Ascolto musica da leggenda metropolitana per riempire gli intervalli tra un pensieri e l'altro, studio le mie dita, le ombre sul soffitto, il modo in cui disegnano una Torino che per Mole ha tre volumi d'enciclopedia.
Voglio solo una scossa.
Chiedo un brivido.
Pretendo un'emozione.
Ma mi risponde giusto il battito isterico sui tasti, appena appena. Corazon desaparecido.











Espirato da gen | 17:02 | commenti (3)






giovedì, aprile 01, 2004


[2.1 Presentata la nuova collezione primaverestatautunninverno: per uomini & donne che, nei rapporti sociali, vogliono vestire comodi seguendo una moda sempreverde]



Segnali di fumo
Conversazione-tipo (facsimile):
«Hai sentito M., di recente?»
«No, non ci telefoniamo da un mese. Toccherebbe a lui»
[Sior e siore, osservate in religioso silenzio quest'istante di rara bellezza: l'Amica sta per trasformarsi, senza avvertire, in un'immagine 3D della Coscienza. Tra pochi secondi pronuncerà una frase innocente, atta però a suscitare torbidi rimorsi. Di coscienza, appunto].
«E perché non lo chiami tu?» (Eccolo!)
Troppo semplice, direte voi.
«Troppo semplice - le dico anch'io - è una questione di principio»
Il principio in questione sarebbe poi un orgoglio titanico da entrambe le parti.
Non lo chiamo perché l'ultima volta, a quanto mi ricordo, l'ho fatto io. Non la chiamo perché non è più venuta a casa mia il venerdì sera.
Che si tratti soltanto di questo oppure no, ci interessa riconoscere che per un'amicizia di nove anni non è niente male.
Dunque, morale (amorale) della favoletta: resto ferma sulle mie posizioni, ma accetto di buon grado una mail, un sms, un messaggio in bottiglia o - meglio ancora - portato dal più classico dei piccioni viaggiatori, che sa tanto di romanticheria tardomedievale.
E se tra quindici anni, avviluppati nel nostro furbissimo orgoglio cancerino, ci accorgessimo di aver fatto una cazzata ("finalmente"?! Qualcuno ha detto "finalmente"? Lei, in seconda fila, ha per caso detto "finalmente"?), rimangono comunque altre opzioni disperate.
Caro M., lascio a te la scelta: De Filippi, D'Eusanio o Carrà?

















Espirato da gen | 20:06 | commenti (6)