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(in altre parole: l'ho scoperta anch'io ma non ho capito a cosa serva?)




















































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mercoledì, marzo 31, 2004


[1.5 Fulgido esempio di pop-art apocrifa spacciata per prodotto warholiano. La scelta del soggetto e l'uso cromatico sono del Maestro, ma non ingannano l'occhio esperto. Al CCCP (Comizio Creolo dei Critici Perdigiorno), nell'indignazione generale, l'opera è stata definita "gradevole plagio"]



God
bless
the vintage
Mia nonna ha portato un girocollo di cotone. Fin qui tutto bene, se non fosse per il colore. Rosa.
Primo problema: odio il rosa. Non ho la vocazione per conciarmi da coniglietta di Playboy.
Secondo problema: tende alla fluorescenza. Pensate a un grosso evidenziatore, aggiungetegli le maniche e avrete un sostituto a norma di legge del giubbotto per la sicurezza stradale.
Grazie, nonna. Fa a pugni con la retina, ma grazie mille comunque.
Alla fine ho constatato che mi dava un'aria vintage e l'ho messo. Nel mentre, per induzione, mi sono venuti dei pensieri vintage. Camminavo verso l'università col broncio vintage, sostituendo cortei vintage contro il Vietnam al banale traffico da ora di punta, visualizzando la controcultura, i moti giovanili, il flower-power e altri stereotipi simili come se il '68 fosse davvero dappertutto. Il delirio anacronistico (vintage) è andato avanti tutta la mattina. Immaginavo di essere circondata da hippy: il tabaccaio (con la barba lunga e le lenti rosse di Lennon), il panettiere (a torso nudo, col simbolo della pace tatuato intorno all'ombelico), manager capelloni, signore-bene inneggianti al libero amore, bambini psichedelici, pensionati rock 'n' roll.
Un tale sforzo d'immaginazione doveva per forza avere conseguenze: spinta dai 60's flashbacks, ho comprato un greatest hits dei Byrds nel primo negozio di cd usati.
Ora, fra quattro pareti, rimbalzano quarant'anni di energia artificiale. Bei tempi. Quelli.











Espirato da gen | 22:20 | commenti (10)






martedì, marzo 30, 2004


[1.4 Magritte - La Clairvoyance (trad. la chiaroveggenza): una risposta diplomatica al sempiterno quesito dell'uovo e della gallina]



Vivere per raccontarla Vivere o raccontarla?


Ho l'impressione che voi blogger passiate più tempo a scrivere sulla vostra vita che a viverla. Come quando ti porti dietro la macchina fotografica e pensi più a cercare immagini da immortalare, guardandole da fuori, che a godere di quegli stessi momenti dall'interno. O no?
Mi spiazza. Perdo le parole nella tazzina da caffè. Neanche riesco a dirglielo, che sbaglia. Del resto non ne sono mica tanto convinta. Resto interdetta per qualche secondo, un istante senza contorno che può durare in eterno senza che trovi un'altra frase brillante per chiudere la battaglia verbale in onorevole pareggio. Il fatto è che non ci avevo mai pensato da questa prospettiva.
«Non lo so, non lo so. Può essere, eh? Non lo so. Credo che, su tutto, ci sia la voglia di comunicare qualcosa che vada oltre l'evidenza, l'opinione che uno si può fare di noi conoscendoci in superficie. Per quanto mi riguarda, di fondo rimane la paura di non lasciare traccia, di scomparire senza tanti disturbi».
Abile mossa: prendo tempo per dribblare la questione e spostarla sul sentimentale. In modo anche piuttosto stucchevole, se vogliamo.
Mentre valuto un paio di giustificazioni plausibili per l'intera categoria, incalza: Sì, ma non è un altro modo per mettersi una maschera? Un artificio per mostrarsi come si vorrebbe essere e non come realmente si è?
"Uh - penso - questa me la sono preparata. Com'era già?".
«Bah - inizio con aria ispirata - parlo per me, non posso assicurare che tutti lo vivano così. Nel blog rovescio cose che a voce, magari, non riesco a esprimere. Getto la maschera, mostro quello che c'è sotto. Sensazioni e opinioni dal mio punto di vista».
Bene, ma ritoccare la fotografia è inevitabile, è insito nelle parole, nell'atto stesso dello scrivere, nella maniera in cui scegli una piuttosto che l'altra.
L'enigma risulta di faticosa soluzione. Ora sì, sono definitivamente tramortita. Un difensore che, davanti alla porta, calcia una zolla al posto del pallone e fa perdere tutta la squadra. Sento persino i fischi della curva.



















Espirato da gen | 22:36 | commenti (10)







[1.3 Ritratto giovanile di Augusta Taurinorum. Di lei Natalia Ginzburg scrisse: È una città in cui si è felici di essere tristi]



Col piede sinistro
Quello giusto, secondo Morgan. Si sa, è anticonformista. Io insegno Metereopatia e sono sicura di poter iniziare meglio.
Dopo un'indagine nell'armadio ho constatato che non c'è niente che voglia mettere addosso. Forse partivo dalla pretesa (assurda) di cavarne un gessato d'antan che s'intonasse col cielo grigionostalgia. Peccato non averne mai comprato uno. Mi toccherà rimediare con l'equazione jeans stropicciati + camicia retrò = perfavore, non mi rivolgete la parola, ché mi girano e non poco.
In realtà - se queste sono le premesse - non sento il bisogno di uscire, di fare quelle cinquecento cose per le quali pago (andare a lezione, prendere il pullman, finire di leggere due libri di letteratura). In cambio, a tapparelle abbassate, sopporterei (volentieri è una parola grossa) Rita dalla Chiesa e due ore di telenovelas do brasil. Ma rieccomi condannata, come da pronostico, a tuffarmi in carpiato sul marciapiede, prendere al volo il 12 prima e il 15 poi, e dopo tre quarti d'ora proporre in aula la mia presenza fisica/assenza mentale.
Applico alla vita i puntini di sospensione: ormai anche il ritardo è routine. Un po' rimpiango quel periodo rosé in cui tagliare ore di scuola era un piacere d'élite.








Espirato da gen | 09:38 | commenti (7)






lunedì, marzo 29, 2004


[1.2 Gli anni passano, le patologie restano. Oggi Narciso sarebbe nella casa del Grande Fratello, a bordo-piscina]


[L'immagine] dipende [dall'inquadratura]

E così scompaio per ricomparire in un altro punto. Per comparire diversa.
Ne parlavo ieri con
Night
, il quale - a più riprese - mi dava della pazza scriteriata. Per tutta risposta un radioso sorriso da carnefice.
Sospetto una paresi: mentre raccontavo a E. di quanto il blogghicidio fosse stato indolore, il ghigno malefico era ancora lì, tra naso e mento.
Gen si rimette in gioco? Sarebbe un buon titolo per il mio romanzo d'appendice, ma meglio non dare risposte precoci, col rischio di toppare la diagnosi. Le pagine bianche sono irresistibili perché tutto è potenziale. Fra capolavori, poesie beatnik, enciclopedie, il nuovo best-seller di Vespa (ci siamo capiti), articoli di fondo, canzoni, Harmony, thriller al sangue e chissà quante altre godibilissime cagate, la sola differenza sta nel modo in cui s'impugna la penna, si muove il polso, si tracciano segni sfruttando l'attrito e, dopo la revisione delle virgole, si torna a capo per ricominciare - appunto - d'accapo.
Il destino di un foglio non è scritto da nessuna parte. Ancora meno il destino di questo blog, che per ora potrei riassumere così: figlio di fatto, fratello minore di un ingombrante ologramma testé tramortito. Ignoro come andrà a finire.
E adesso lasciatemi giocare i tempi supplementari di sole in terrazza. Avrò tempo di pensare al resto negli spogliatoi.










Espirato da gen | 18:53 | commenti (4)






sabato, marzo 27, 2004


[1.1 Nella foto: "Le Quattro Stagioni", opera d'arte concettuale attribuita al pizzaiolo polacco Igor, detto Salvatore]



Dipendente dai cambiamenti
Diciamoci la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità. Io, ai blog, mica ci credevo. Blogosfera? Blogstars? Blog-therapy? Blog-raduni? Fuffa. La mia era pura curiosità sociologica, cercavo più che altro un posto stabile dove pascolare le parole smarrite.
[C'è un cassetto del comò - rabbrividisco al solo pensiero - in cui vagano foglietti svolazzanti pieni di genialate. Non lo apro mai per non doverle rinnegare col senno di poi]
Dopodiché ne ho concepito uno mio che, da figlioccio adottato a distanza, s'è trasformato in una scomoda emanazione. Invece di limitarmi a passare gli alimenti, gli ho subaffittato a basso costo metà del cervello. L'aria s'è fatta viziata. Rimboccavo le sue coperte ogni sera, raccontavo qualche favola per farlo addormentare, spesso rivisitazioni di Cenerentola in chiave tragica, con tanto di matrigna sadica, principi azzurri e scarpe strette. E, cazzo, ha finito per somigliarmi come un clone. È diventato troppo me, la mia seconda faccia di bronzo.
Vedo quel substrato di rimprovero nei vostri occhi: lo so, lo so,
sei una codarda. Eri riuscita a trovare una certa costanza, e chissenefrega se è subentrata l'assuefazione. Non si fa retromarcia al primo ostacolo ideologico. Dovevi continuare, produrre quantomeno un archivio di dieci anni per poterti rileggere con qualche sorriso d'imbarazzo e scoprire quant'eri deficiente/fintoprofonda/naif, magari considerando che in fondo in fondo sei ancora cretina/fintintellettuale/disillusa, con la carta d'identità ingiallita.
E invece no, tadadà. Coup de scène. Cambi cognome sul campanello, come il più illuso dei Mattia Pascal.
Mi ha scongiurata di risparmiarlo, e in tutta risposta l'ho accoppato - implacabile - con un clic.
Spero che il dio minore dei blogger mi conceda almeno l'infermità mentale.











Espirato da gen | 21:16 | commenti (6)